ROMA - Mentre gli Stati Uniti consolidano la loro presenza in Venezuela, la diplomazia globale si spacca. Se da un lato l’Europa vede nell’uscita di scena di Nicolás Maduro un’opportunità democratica, dall’altro un nutrito blocco di Paesi sudamericani e la Spagna denunciano il rischio di un nuovo “colonialismo” energetico firmato Donald Trump. 

L’Unione Europea (con l’esclusione dell’Ungheria) ha espresso una posizione netta attraverso una nota firmata da 26 Paesi membri. Bruxelles riconosce la necessità di combattere la criminalità transnazionale e il narcotraffico, ma pone condizioni precise, richiedendo una transizione guidata dai venezuelani che avvenga in una cornice di soluzione negoziata, nel pieno rispetto della sovranità nazionale e della Carta Onu.  

In questo contesto l’Unione Europea ha lanciato un appello per la liberazione immediata e incondizionata di tutti i prigionieri politici, una linea che si riflette anche nei contatti diplomatici dell’asse Meloni-Machado. Durante una telefonata con la leader dell’opposizione Maria Corina Machado, la premier italiana Giorgia Meloni ha infatti sottolineato come la fine del potere di Maduro apra una nuova pagina di speranza per il ripristino dello Stato di diritto e della democrazia nel Paese. 

Parallelamente al cauto ottimismo europeo, è esplosa la protesta diplomatica di Brasile, Cile, Colombia, Messico, Uruguay e Spagna. I sei Paesi hanno firmato una dichiarazione congiunta di ferma condanna contro l’azione unilaterale degli Stati Uniti. 

Il gruppo ha espresso una profonda preoccupazione per l’intenzione di Washington di “gestire” il Paese e le sue risorse naturali: ogni tentativo di appropriazione esterna del petrolio venezuelano è stato definito “incompatibile con il diritto internazionale”. 

I firmatari, inoltre, rigettano l’uso della forza e l’invasione territoriale, avvertendo che tali azioni costituiscono un precedente che mette a rischio la pace nell’intera regione.

Il presidente uruguaiano Yamandú Orsi ha richiamato la “posizione storica” del suo Paese all’adesione ai principi di non intervento, risoluzione pacifica delle controversie, uguaglianza sovrana delle nazioni e difesa del diritto internazionale. E ha citato il precedente del 1965 nella Repubblica Dominicana per ribadire che la sovranità delle nazioni non è negoziabile. 

La tensione ha raggiunto anche i tavoli multilaterali: l’Organizzazione degli Stati Americani (Osa), di cui fanno parte gli stessi Stati Uniti, ha annunciato per martedì una riunione straordinaria del Consiglio Permanente, convocata dalla presidenza colombiana. Nonostante il ritiro del Venezuela dall’Osa nel 2017, l’organizzazione continua a considerare il Paese come membro (seguendo la linea dell’Assemblea Nazionale dell’opposizione). 

Il Segretario generale dell’Osa, il surinamese Albert Ramdin, ha chiesto una soluzione pacifica, mentre il blocco dei sei Paesi esorta l’Onu a intervenire per evitare che l’America Latina cessi di essere una “zona di pace”.