PECHINO - A meno di un mese dal vertice di metà maggio tra Donald Trump e Xi Jinping, Washington invia segnali contrastanti. Mentre la Casa Bianca tenta di definire risultati concreti per l’incontro, la preparazione logistica e politica appare segnata da incertezze e rotture con la prassi diplomatica tradizionale.
Il rappresentante per il Commercio Usa, Jamieson Greer, ha recentemente gelato le aspettative su un coordinamento preventivo di alto livello. In un’intervista a Bloomberg Television, Greer ha lasciato intendere che i membri del governo potrebbero non recarsi a Pechino prima del summit: “Non credo ce ne sarà bisogno”, ha dichiarato. Di fatto, la sua dichiarazione ha smentito la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, che solo il giorno prima aveva confermato la consueta prassi delle visite ministeriali anticipate.
Il rinvio del vertice (inizialmente previsto per fine marzo e slittato a causa del conflitto in Medio Oriente) offre teoricamente più tempo per costruire accordi tangibili. Tuttavia, resta il dubbio su figure chiave come il Segretario di Stato Marco Rubio: sanzionato da Pechino dal 2020, Rubio è il primo capo della diplomazia Usa in questa condizione. Nonostante segnali di flessibilità da parte cinese, il Dipartimento di Stato non ha ancora confermato alcun viaggio preparatorio.
Sul dossier economico, il Segretario al Tesoro Scott Bessent è emerso come il vero perno delle trattative. Dopo un incontro a Parigi con il vicepremier cinese He Lifeng, i due governi hanno ipotizzato la creazione di un “Consiglio per il commercio” finalizzato al cosiddetto “commercio amministrato”.
L’obiettivo Usa è ambizioso: ridurre drasticamente il deficit commerciale entro fine anno attraverso un meccanismo di acquisti reciproci equivalenti. Sul fronte delle esportazioni, Washington punta a vendere aerei Boeing, dispositivi medici, prodotti farmaceutici e beni agricoli, mentre si dice disposta ad acquistare dalla Cina beni di consumo, ma solo a basso contenuto tecnologico. In questo quadro, restano come nodi critici irrisolti la gestione delle terre rare e il superamento delle barriere doganali.
Nonostante l’ottimismo di facciata, le tensioni restano altissime. Un recente rapporto dell’ufficio di Greer ha evidenziato ostacoli persistenti nel mercato cinese: sussidi statali, sovraccapacità produttiva e regolamenti opachi che bloccano riso e grano statunitensi. Pechino ha risposto con indagini speculari sulle restrizioni Usa all’energia verde e alle tecnologie avanzate.
Resta centrale il tema delle terre rare, componenti cruciali per la difesa e i semiconduttori, su cui la Cina detiene un quasi-monopolio. Sebbene Greer parli di “molti progressi” verso l’autosufficienza statunitense, ha ammesso che i tempi di fornitura attuali sono ritenuti “non adeguati”. La questione, se non risolta a livello tecnico, finirà direttamente sul tavolo dei due leader a maggio.
Sullo sfondo delle trattative pesa la “certezza matematica” (come definita dall’ammiraglio Daryl Caudle) che la guerra in Medio Oriente stia consumando le risorse necessarie per dissuadere la Cina nell’Indo-Pacifico. La prontezza navale Usa nel teatro asiatico rischia di essere erosa dal prolungarsi del conflitto con l’Iran, un elemento di debolezza strategica che Pechino osserva con estrema attenzione alla vigilia del vertice.