SYDNEY - Le marce di Invasion Day potranno svolgersi regolarmente a Sydney il 26 gennaio, nonostante il prolungamento per altre due settimane delle controverse restrizioni sulle proteste pubbliche.

La decisione, annunciata ieri sera dal commissario della polizia del New South Wales Mal Lanyon, ha suscitato reazioni contrastanti e nuove critiche sul reale scopo delle misure introdotte dopo l’attentato terroristico di Bondi Beach.

Lanyon ha spiegato che l’obiettivo resta trovare un equilibrio tra diritto alla protesta e sicurezza pubblica, a meno di sei settimane dall’attentato del 14 dicembre che ha causato 15 morti durante una celebrazione ebraica. “Si tratta di consentire alle persone di manifestare ed esercitare la libertà di espressione, assicurando allo stesso tempo che la comunità resti al sicuro”.

L’area soggetta a restrizioni è stata ridotta: non coprirà più gran parte dell’area metropolitana di Sydney, ma solo Darling Harbour, il centro nord escluso Hyde Park e i sobborghi orientali. Questa modifica consente ai tradizionali cortei di Invasion Day di svolgersi come previsto. I manifestanti partiranno da Hyde Park e attraverseranno il sud della città, portando all’attenzione pubblica temi come il divario sanitario tra popolazioni indigene e non indigene, le morti in custodia e il razzismo sistemico.

Gli organizzatori hanno accolto con favore la decisione. “Non siamo qui per fare del male alla polizia o alla società - aveva dichiarato prima dell’annuncio Elizabeth Jarrett di Blak Caucus -. La polizia dovrebbe farsi da parte con rispetto e lasciarci marciare”.

Il commissario Lanyon ha detto di aspettarsi una partecipazione ampia e pacifica, con famiglie tra le decine di migliaia di persone in strada.

Anche la deputata dei Verdi Sue Higginson ha difeso la scelta, ricordando che le marce di Invasion Day fanno parte della tradizione di protesta da quasi un secolo. “È chiaro che il commissario ha riconosciuto questo dato di fatto e ha giustamente ascoltato la volontà popolare”.

Non mancano però le critiche. Higginson ha messo in dubbio la necessità di mantenere le restrizioni su ampie zone del centro, sostenendo che servano soprattutto a contenere le proteste pro-Palestina e possibili manifestazioni contro una prevista visita del presidente israeliano a febbraio. Sulla stessa linea il presidente del NSW Council for Civil Liberties, Tim Roberts, secondo cui la decisione dimostrerebbe un uso politico dei poteri della polizia.

Le norme non vietano esplicitamente le proteste, ma rendono più difficile ottenere autorizzazioni che proteggono gli organizzatori da arresti o ordini di allontanamento.

Intanto una coalizione di gruppi attivisti, tra cui Blak Caucus, ha avviato un ricorso legale contro le misure, ritenute incostituzionali. Il dibattito su sicurezza e libertà civili resta quindi tutt’altro che chiuso.