VILLERUPT — Prima di diventare una città di cinema, Villerupt è stata una città di partenze e di approdi: nelle miniere e negli stabilimenti siderurgici della Lorena arrivavano gli italiani, portando con sé un bagaglio affettivo e culturale che il tempo avrebbe consegnato ai figli, modificandolo. Quando, nel 1976, un gruppo di giovani cinefili organizzò una settimana di film in versione originale, quelle immagini offrirono alla comunità un modo per ritrovare l’Italia e, insieme, per accorgersi di quanto stesse cambiando. Da quell’esperienza nasce il Festival del Cinema Italiano di Villerupt, la cui quarantanovesima edizione, cominciata il 23 ottobre, prosegue fino all’8 novembre con sessanta film.

La distanza dal Paese d’origine, che per molte famiglie appartiene ormai alla storia di più generazioni, rimane una delle ragioni profonde di questa manifestazione: sullo schermo si possono riconoscere gesti familiari, ascoltare una cadenza, ma anche incontrare un’Italia meno conosciuta, capace di mettere in discussione ciò che si credeva di sapere. È una possibilità che la delegata generale Sandrine Garcia e i direttori artistici Federico Pedroni e Oreste Sacchelli sembrano avere ben presente quando avvertono: “Sarebbe piuttosto ingenuo affermare che una selezione di film sia sufficiente a rappresentare un Paese e lo stato della sua cultura”.

Il loro interesse si concentra su quanto una storia riesce a suggerire al di là dei suoi confini: “Ma i film hanno il pregio di permetterci di intravedere, attraverso situazioni specifiche, comportamenti e contraddizioni che trascendono di gran lunga il destino dei loro protagonisti. Ed è proprio questo che ci interessa quando curiamo il programma di una nuova edizione”.

A dare un volto a questa ricerca è Monica Vitti, alla quale il festival dedica sei film e una mostra all’Hôtel de Ville. Proprio oggi, 3 novembre, ricorrono novantacinque anni dalla sua nascita, una coincidenza che rende ancora più significativo tornare a un’attrice la cui inquietudine e la cui comicità continuano a sottrarsi alle definizioni troppo comode. Nel programma, L’avventura, L’eclisse e Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni si affiancano a Dramma della gelosia di Ettore Scola e a Noi donne siamo fatte così di Dino Risi, mentre il documentario Dolce Vitti di Emmanuel Barnault ne ricompone il ritratto attraverso le testimonianze di chi l’ha conosciuta e diretta. Guardati insieme, questi titoli invitano a riscoprire la continuità fra registri apparentemente lontani: la presenza di Vitti, il suo modo di abitare un’inquadratura o di incrinare una battuta, rendono percepibile ciò che nei rapporti umani rimane irrisolto, anche quando assume la forma del riso.

Il manifesto di Caroline Labadie, in arte Sentenza, la colloca fra una bicicletta e una marionetta, rimandi a Ladri di biciclette e a Il tempo che ci vuole, introducendo così l’altro grande tema dell’edizione, quello della paternità. “Mio padre, questo eroe…(?)” è il titolo della retrospettiva, e il punto interrogativo conta quanto la parola che lo precede: nei quindici film, realizzati fra il 1948 e il 2024, i padri sono osservati mentre cercano di conservare un’autorità, la perdono, la esercitano con durezza o imparano a farne a meno.

Il percorso prende avvio dalla dignità ferita di Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, attraversa la violenza del rapporto raccontato in Padre padrone di Paolo e Vittorio Taviani e incontra le diverse forme della memoria, della protezione e della perdita in Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, La vita è bella di Roberto Benigni e La stanza del figlio di Nanni Moretti. Con Le chiavi di casa di Gianni Amelio e Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini, la relazione fra genitori e figli diventa anche un esercizio di avvicinamento, nel quale la fragilità obbliga a rivedere le proprie certezze. È un discorso che continua nei film contemporanei e che riguarda la famiglia nel suo insieme, al di là dell’immagine rassicurante che spesso ne accompagna il racconto pubblico.

“Ne conosciamo le virtù proclamate, i legami di solidarietà, le tradizioni a cui ci riferiamo volentieri. Il cinema, tuttavia, è più interessato a ciò che accade a porte chiuse”, scrivono Garcia, Pedroni e Sacchelli. In Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, il rapporto fra una madre e suo figlio permette di avvicinare proprio questa zona più difficile degli affetti; in Armony di Dario Albertini, invece, la fuga di una madre lascia una bambina alle cure di uno zio anziano e impreparato, che deve inventarsi una quotidianità fino ad allora impensabile. La paternità emerge così come qualcosa che si apprende facendosi carico di un’altra persona, con l’aiuto di chi sta intorno.

“Anche gli uomini si trovano a dover ridefinire la propria identità. Non basta più essere padre, marito o compagno: è necessario trovare un modo di vivere questi ruoli che non si basi sull’autorità o su abitudini ormai incerte”, osservano i curatori. A questo ripensamento corrispondono le domande sollevate da Idda di Irene Dionisio, Il profilo dell’altra di Francesco Bruni e Le cose non dette di Gabriele Muccino, nei quali l’autonomia femminile coinvolge anche lo sguardo altrui, le aspettative e le immagini a cui ci si affida per sentirsi al sicuro.

“Queste storie ci ricordano che l’emancipazione non riguarda semplicemente il cambiamento dei ruoli, ma anche la trasformazione delle relazioni in cui ognuna di noi si è a lungo riconosciuta”. Il programma lascia tuttavia spazio a tonalità diverse, perché le difficoltà di crescere, di trovare un posto o di comprendere chi ci è vicino possono essere affrontate anche attraverso la commedia. Buen camino di Gennaro Nunziante, …che Dio perdona a tutti di Pif e Il maestro di Andrea Di Stefano sono richiamati dai curatori proprio per il modo in cui il riso entra nella rappresentazione delle imperfezioni e delle illusioni umane.

Questa varietà attraversa le sezioni della rassegna, che accostano autori affermati ed esordi senza pretendere di ricondurli a un’unica idea di cinema italiano. Fra i dodici titoli del Concorso figurano le opere prime Tienimi presente di Alberto Palmiero, Cattiva strada di Davide Angiuli e Le bambine di Valentina e Nicole Bertani, insieme ad Antartica – quasi una fiaba di Lucia Calamaro, Criature di Cécile Allegra, Gli occhi degli altri di Andrea De Sica, La gioia di Nicolangelo Gelormini ed È un mondo difficile di Federico Mottica. Completano la selezione Armony, Idda, Il fuoco che ti porti dentro e Brunello, il visionario garbato di Giuseppe Tornatore.

De Angelis è inoltre al centro del Portrait d’Autore, che propone Perez e Comandante, mentre la Città di Villerupt gli attribuisce il Gran Premio Amilcar de la Ville per l’insieme della carriera. Nel Fuori Concorso e nel Panorama, il quadro si allarga con opere come Nessun dolore di Gianni Amelio, Cinque secondi di Paolo Virzì, Tre ciotole di Isabel Coixet, dal libro di Michela Murgia, e La vita da grandi di Greta Scarano. Per chi guarda il festival dalla prospettiva dell’emigrazione, acquistano una risonanza particolare Napoli-New York di Gabriele Salvatores e Il treno dei bambini di Cristina Comencini, scelto per l’apertura: il racconto dei bambini del Sud accolti nel 1946 da famiglie del Nord riporta alle separazioni attraverso le quali è passata anche la storia italiana, quando lasciare la propria casa significava affidarsi a persone e luoghi sconosciuti.

Con Temps nouveaux di François Caillat, invece, il cinema torna nelle strade della città che lo ospita. Girata a Villerupt, l’opera documentaria segue la storia dei minatori italiani degli anni Sessanta e dei loro discendenti, avvicinando quel passaggio fra esperienza vissuta e memoria ereditata che riguarda tante comunità all’estero. La sua presenza in cartellone rende visibile il rapporto fra il festival e il territorio da cui è nato, oggi esteso, attraverso le proiezioni, a ventidue comuni della Lorena e alle città lussemburghesi di Esch-sur-Alzette e Dudelange.

Dopo quasi cinquant’anni e circa 1.700 film raccolti nell’archivio della manifestazione, la curiosità del pubblico resta essenziale quanto la scelta delle opere. “Abbiamo riunito film contemporanei, diversi per soggetto, ambizione e pubblico. Ci auguriamo che suscitino emozioni, sorprese e forse anche disaccordi”, dichiarano Garcia, Pedroni e Sacchelli, lasciando spazio a un’idea di partecipazione che comprende anche il dissenso: “Perché un festival non è solo un’occasione per guardare film, ma anche per discuterne, confrontare punti di vista e ampliare le storie oltre la proiezione”.

Agli spettatori spetta inoltre assegnare l’Amilcar del Pubblico, votando i film recenti non distribuiti in Francia, mentre alla Giuria presieduta da Massimo Riggi si affiancano quelle della Critica, Professionale e Giovani. La cerimonia degli Amilcar si terrà venerdì 6 novembre alle 19.30 all’Arche, con i trofei ispirati a un’opera dello scultore italo-lorenese Amilcar Zannoni; le proiezioni continueranno fino a domenica 8 novembre, con …che Dio perdona a tutti di Pif scelto per la chiusura.

Restano dunque gli ultimi giorni per seguire i percorsi di questa edizione, tornare a un classico o lasciarsi incuriosire da un autore ancora sconosciuto: il calendario, gli orari e le schede dei film sono consultabili su www.festival-villerupt.com.