KIEV - Mentre il conflitto in Medio Oriente entra in una fase cruciale, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky lancia un monito severo: la guerra contro l’Iran sta agendo da potente catalizzatore di distrazione globale, congelando i colloqui di pace con la Russia e logorando il fronte degli alleati occidentali.
In un’intervista alla Bbc, il leader di Kiev ha espresso una “bruttissima sensazione” per l’attuale assetto geopolitico, sottolineando come le divisioni interne all’Occidente rischino di compromettere il sostegno coordinato all’Ucraina.
Zelensky ha esortato il presidente statunitense Donald Trump e il primo ministro britannico Keir Starmer a superare le recenti divergenze politiche nate proprio dalla gestione della crisi iraniana.
Dopo i colloqui avvenuti a Londra con Starmer, Zelensky ha insistito sulla necessità di un incontro diretto tra i due leader: “Mi piacerebbe molto che si incontrassero per definire una posizione comune; questo dialogo potrebbe rilanciare i rapporti e garantire una strategia coerente”.
Secondo l’analisi di Kiev, Vladimir Putin sta scommettendo su una “guerra lunga” in Medio Oriente per tre ragioni fondamentali: l’aumento dei prezzi dell’energia, che rimpingua le casse del Cremlino, e il dirottamento delle risorse statunitensi, costrette a dare priorità al fronte iraniano e israeliano. A questo si aggiunge l’esaurimento della difesa aerea, tema su cui Zelensky ha citato dati allarmanti circa la produzione di missili Patriot.
Il presidente ucraino ha sottolineato che, a fronte di una produzione statunitense di circa 60-65 missili al mese per un totale annuo di 700-800 unità, solo nel primo giorno della guerra in Medio Oriente ne sono stati utilizzati ben 803.
Il timore è che l’esaurimento delle scorte americane lasci l’Ucraina scoperta. Riguardo alla Casa Bianca, Zelensky ha osservato come Trump e i suoi consiglieri stiano adottando una strategia di dialogo stretto con Putin per “non irritarlo”, mantenendo una posizione di apparente neutralità che preoccupa Kiev.
Sul fronte energetico, una missione di ingegneri dell’Unione Europea è giunta a Kiev per ispezionare l’oleodotto Druzhba. L’infrastruttura, che trasporta petrolio russo a Ungheria e Slovacchia, è ferma da gennaio a causa dei bombardamenti russi. La missione si svolge in un clima di tensione: Budapest e Bratislava hanno rifiutato di inviare i propri tecnici, accusando l’Ucraina di rallentare intenzionalmente le riparazioni per fini politici, nonostante Zelensky si sia impegnato per iscritto a ripristinare il flusso.
Parallelamente, un segnale inaspettato arriva dal Cremlino. Sergei Shoigu, segretario del Consiglio di Sicurezza russo, ha riconosciuto l’efficacia dei raid ucraini a lungo raggio. In una dichiarazione senza precedenti, Shoigu ha ammesso che i raid contro le infrastrutture russe sono passati dai 6.200 del 2024 ai 23.000 del 2025, aggiungendo che le zone industriali negli Urali sono ora considerate aree di minaccia immediata.
L’ex ministro della Difesa ha inoltre affermato che nessuna regione in Russia può essere ormai considerata sicura, confermando che la profondità degli attacchi ucraini sta mettendo in crisi i sistemi di protezione russi.