La prima riunione del Consiglio federale del Partito liberale sotto la guida di Angus Taylor ci ha consegnato un’immagine che pochi, almeno fino alla disastrosa sconfitta dello scorso anno, avrebbero immaginato: Tony Abbott nuovamente al centro della vita politica del partito.

L’elezione dell’ex primo ministro alla presidenza federale dei liberali non è una semplice scelta organizzativa. Suona proprio come una dichiarazione dalla forte valenza politica.

È il segnale che il partito ha deciso di reagire alla peggiore crisi della sua storia recente cercando di tornare a figure, valori e battaglie che considera parte del proprio codice genetico. La coincidenza temporale non è irrilevante.

Mentre i liberali si riunivano a Melbourne per comprendere, in primis, cosa fare per riconquistare la fiducia degli australiani, il governo Albanese si trova a difendere una delle manovre economiche più controverse degli ultimi anni. 

Le modifiche al capital gains tax e al negative gearing stanno infatti provocando una reazione ben più ampia del previsto e rischiano di trasformarsi nel primo vero banco di prova politico del secondo mandato laburista.

In politica, spesso, gli avversari si rafforzano a vicenda. Più Anthony Albanese insiste nel presentare la sua riforma fiscale come una battaglia generazionale contro privilegi consolidati e come una lotta di classe, più offre ad Angus Taylor un fantastico assist da cogliere per provare a ricompattare un elettorato conservatore che negli ultimi anni ha decisamente smarrito punti di riferimento e, soprattutto, fiducia. Per questo il consiglio federale dei liberali merita attenzione.

Non perché abbia risolto i problemi del Partito liberale. Quei problemi restano enormi e sono davvero una montagna da scalare con attenzione, passo dopo passo.

Ma questo consiglio rappresenta il primo tentativo serio di costruire una risposta politica alla nuova Australia che sta emergendo dopo il voto e, in particolare, dopo la svolta fiscale del governo, svolta criticata anche perché Albanese stesso aveva detto, prima delle elezioni, che non sarebbero stati toccati capital gains tax e negative gearing. Il Partito liberale è uscito davvero malandato dalla peggiore sconfitta elettorale della sua storia moderna.

Ha perso seggi, voti, iscritti e credibilità. Ha visto parte dell’elettorato moderato rifugiarsi tra gli indipendenti se non addirittura nelle fila dei laburisti e una quota crescente dell’elettorato conservatore guardare a One Nation come a una possibile alternativa. In queste condizioni, la scelta di richiamare Tony Abbott assume una connotazione molto chiara.

Suona come la scelta di un partito che sente il bisogno di ritrovare le proprie fondamenta per sperare di pianificare il proprio futuro ma ha anche il sapore dolceamaro di una generazione di leader che si trova così spaesata da cercare nei ‘grandi vecchi’ un’ancora di salvezza.

È vero, Abbott è l’ultimo leader liberale capace di conquistare il governo partendo dall’opposizione, con la Coalizione tornata, nel settembre 2013, a guidare il Paese dopo quasi sei anni di governo laburista, ma tanto è cambiato da allora e, soprattutto, sembra tracciato un solco profondo nella relazione tra partito liberale ed elettorato.

La sua elezione alla presidenza del Partito liberale racconta però anche un’altra realtà che va oltre la debolezza nella guida del partito: i liberali hanno capito che la sfida che li attende non è soltanto parlamentare.

È culturale, organizzativa e identitaria. Quando Abbott ricorda che il partito conta circa cinquantamila iscritti in un Paese che sfiora i trenta milioni di abitanti, non sta facendo statistica. Sta lanciando un allarme.

Un partito che non cresce nella società difficilmente crescerà alle urne. Per questo il ritorno dell’ex primo ministro arriva in un momento cruciale. Perché mentre i liberali cercano di ricostruire una macchina politica credibile, Anthony Albanese ha deciso di intraprendere una delle battaglie economiche più rischiose della sua carriera.

La manovra finanziaria presentata dal governo e la successiva riforma fiscale hanno cambiato improvvisamente il clima politico. Il governo Albanese si trova al centro di una contestazione che va ben oltre il merito tecnico delle modifiche alla capital gains tax e al negative gearing. Il problema per Albanese e Chalmers non è soltanto la sostanza della riforma, ma è come questa viene percepita.

Gli australiani, come tutti i cittadini di un sistema democratico, possono, e devono, accettare una riforma fiscale. Politicamente, e in termini di consenso, possono perfino accettare nuove tasse se vengono spiegate con chiarezza e giustificate da un obiettivo condiviso.

Molto meno accettabile, invece, è l’idea che una promessa elettorale non venga mantenuta dopo avere ottenuto i voti, anche sulla base di quanto promesso. È qui che il governo rischia di aver commesso il suo errore più serio.

Il Tesoriere Jim Chalmers sostiene che le nuove misure servono a rendere il sistema più equo e a migliorare le opportunità per le nuove generazioni di entrare nel mercato immobiliare.

È una tesi che trova consenso in una parte importante dell’opinione pubblica. Nessuno può negare che l’accesso alla casa sia diventato uno dei grandi problemi nazionali. Ma il punto è un altro. Molti australiani si chiedono se colpire gli investimenti privati rappresenti davvero la soluzione oppure soltanto una scorciatoia politica. È una domanda del tutto legittima.

Così come è legittimo osservare che il dibattito sulla casa rischia spesso di trasformarsi in una guerra generazionale che divide il Paese tra proprietari e aspiranti proprietari, tra chi ha costruito un patrimonio nel corso di una vita e chi teme di non riuscire mai a costruirne uno. La politica dovrebbe unire queste due anime dell’Australia. Non metterle una contro l’altra. 

Angus Taylor sembra avere intuito il pericolo. Nel suo intervento al Consiglio federale ha tracciato una linea netta. Ha trasformato la riforma fiscale nel simbolo di una differenza più ampia tra la visione liberale e quella laburista dell’economia. La sua scommessa è semplice. Convincere gli australiani che il governo non sta premiando l’aspirazione ma la sta penalizzando. Resta da vedere se sarà sufficiente.

Perché il Partito liberale si trova davanti a una contraddizione che non può ignorare. Difendere il sistema esistente significa rassicurare la propria base tradizionale. Ma non basta per riconquistare milioni di giovani che vedono nella crisi abitativa la prova concreta che qualcosa non funziona. 

Il punto ora sembra essere molto chiaro, da una parte c’è un governo che, forte della sua maggioranza parlamentare, sta tentando di ridefinire il sistema fiscale australiano nel nome dell’equità. Dall’altra c’è un’opposizione liberale che cerca di presentarsi come il partito dell’aspirazione. È uno scontro destinato a segnare i prossimi anni.

La politica australiana sta entrando in una nuova fase. Una fase nella quale la fiducia sarà più importante delle promesse, l’identità conterà quanto i programmi e la capacità di ascoltare gli elettori peserà più delle campagne populiste. 

I liberali stanno tentando di ripartire dalle proprie radici. Anthony Albanese sta cercando di riscrivere alcune delle regole economiche che hanno governato il Paese per generazioni. Uno dei due avrà ragione. Ma sarà l’elettorato australiano, come sempre, ad avere l’ultima parola.