PARIGI (FRANCIA) - Carlo Ancelotti si è immamorato del Brasile e i brasiliani di lui. C’è da aspettare il Mondiale per capire se si tratta di un’infatuazione o di amore vero e duraturo.

Intanto il tecnico italiano si gode l’ennesima esperienza della sua straordinaria carriera e in un’intervista rilasciata a L’Equipe, spiega cosa è cambiato nel suo metodo di lavoro, lui che è sempre stato abile nel creare gruppi solidi lavorando quotidianamente con i giocatori, mentre da ct li vede dopo lunghi periodi di pausa.

“È vero che è un po’ diverso e che devo adattarmi a questi nuovi ritmi, ma abbiamo degli strumenti che ci permettono di costruire e mantenere buoni rapporti. È importante avere un contatto costante con i miei giocatori, sapere come stanno, come si sentono, fisicamente e mentalmente. Quindi parlo con loro al telefono o li vedo quando vado a vedere le partite in Brasile o in Europa. Il mio lavoro, però, si è evoluto. Ora si tratta molto di più di osservazione e valutazione e di meno tempo trascorso insieme. Forse è meno stressante. Questo non mi impedisce di mantenere l’atmosfera positiva che ho sempre desiderato nelle mie squadre. Qui è facile. Quando entrano a far parte della Seleção, i giocatori sono davvero felici. Indossare la maglia del Brasile è incredibilmente importante per loro. Ad ogni incontro, percepisco la felicità dei giocatori di esserci”, spiega Ancelotti.

Il tecnico italiano parla della prima immagine che gli viente in mente se si parla della Seleçao. “I Mondiali del 1970, la finale contro l’Italia. Avevo 11 anni all’epoca ed è lì che ho scoperto questo giocatore davvero speciale: Pelé. Il più grande di tutti i tempi. Mi ha fatto male vedere la mia nazionale italiana perdere così malamente in finale - dice riferendosi al 4-1 -. Ma non ho mai provato rancore verso i brasiliani. Anzi, mi piacevano! Come si poteva non apprezzare una squadra del genere? Credo che in quel periodo il mondo intero provasse molta simpatia e ammirazione per il Brasile e la sua nazionale, ma questo sempre. Era vero prima, dopo ed è ancora vero oggi. Il Brasile ha sempre avuto grandi talenti che affascinano i tifosi di tutto il mondo. Ho la sensazione che sia l’unica nazionale che tutti amano. E sono fortunato ad allenarli”.

Per Ancelotti “il filo conduttore dei brasiliani è che la maggior parte di loro è religiosa. Sono anche umili e molto talentuosi. Questo è innegabile”.

Capitolo Neymar, le sue esclusioni hanno fatto parlare molto, ma il ct non ha mai chiuso le porte del Mondiale all’ex Barça. “Neymar ha fatto e continua a fare, la storia del calcio brasiliano. È un grande talento ed è normale che la gente pensi che possa aiutarci a vincere il prossimo Mondiale. Lo stiamo valutando, ha ancora due mesi per dimostrare di avere le qualità per giocare ai prossimi Mondiali”.

“È in grado di tornare al 100%. L’ho detto più volte ed è molto chiaro: convocherò i giocatori che sono fisicamente pronti. Dopo l’infortunio al ginocchio di dicembre, Neymar ha fatto un buon ritorno; sta segnando. Deve continuare in questa direzione e migliorare la sua condizione. È sulla strada giusta”, assicura Ancelotti che ha vinto tutto, gli manca solo il Mondiale per diventare il migliore di sempre. “Non è il mio obiettivo essere considerato il numero uno. Il mio obiettivo è lavorare e aiutare il Brasile a vincere il Mondiale 2026. È la prima volta che alleno una Nazionale, è la prima volta nella storia che il Brasile sceglie un allenatore straniero, quindi la responsabilità è enorme”.