WASHINGTON - L’audizione di Kevin Warsh davanti alla Commissione bancaria del Senato si è trasformata in un banco di prova cruciale per il futuro della Federal Reserve. Il candidato alla successione di Jerome Powell ha cercato di smarcarsi dalle pesanti ombre politiche, assicurando di voler difendere l’indipendenza dell’istituzione nonostante la pressione costante della Casa Bianca.
Warsh ha respinto con fermezza l’etichetta di “burattino del presidente” affibbiatagli dalla senatrice Elizabeth Warren. Durante l’interrogatorio, ha negato categoricamente di aver promesso a Donald Trump tagli dei tassi in cambio della nomina.
Tuttavia, il clima resta teso: mentre Warsh invocava la necessità di separare politica e banca centrale, Trump dichiarava in un’intervista alla Cnbc che si aspetterebbe una politica monetaria più allineata ai desiderata della Casa Bianca. Warsh ha inoltre delineato una visione di rottura rispetto al passato, definendo controproducente l’abitudine dei funzionari della Fed di esprimersi in anticipo sulle decisioni dei tassi e proponendo, al contempo, un approccio più dinamico e meno predefinito nei dibattiti interni al FOMC attraverso l’introduzione di riunioni senza copione.
Il confronto più aspro è avvenuto sul fronte della trasparenza finanziaria. La senatrice Warren ha sollevato dubbi su oltre 100 milioni di dollari in asset non dettagliati nel portafoglio di Warsh.
Nella sua difesa, il candidato ha invocato impegni di riservatezza legati ai fondi privati in cui sono collocati i capitali, assicurando tuttavia di aver collaborato con l’Ufficio per l’Etica governativa per risolvere ogni possibile conflitto di interessi.
Nonostante queste rassicurazioni, permangono diverse ombre: i Democratici hanno infatti risposto con un memorandum ufficiale per chiedere il rigetto della nomina, motivando la richiesta con la mancanza di trasparenza su potenziali legami con entità cinesi o veicoli finanziari controversi.
Malgrado il sostegno della Casa Bianca, la strada di Warsh non è priva di ostacoli interni al GOP. Il senatore Thom Tillis ha annunciato che non voterà nell’immediato, citando il contenzioso legale ancora aperto riguardante la rimozione forzata di Powell. Con una maggioranza risicata al Senato, anche un solo voto contrario in commissione potrebbe rallentare o mettere in serio pericolo la conferma.