Che cosa può dire oggi Francesco d’Assisi a una società alle prese con crisi ambientali, disuguaglianze e un rapporto sempre più complesso con il mondo naturale? A ottocento anni dalla sua morte, la figura del santo continua a offrire nuove chiavi di lettura, capaci di andare oltre l’immagine più familiare dell’uomo che predica agli uccelli e parla agli animali.
È da questa prospettiva che ha preso le mosse The Francis Effect: Overcoming Barriers between Species and Classes, la conferenza tenuta al Co.As.It. di Carlton dal professor Michele Campopiano, storico dell’Università di Catania, nell’ambito delle celebrazioni per l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi.
Dopo i saluti di Paolo Baracchi, Manager Cultural Program del Co.As.It., del presidente Vincent Volpe, della console generale d’Italia a Melbourne Chiara Mauri e di Ben Wellings, Associate Dean International della Monash University, Andrea Righi, professore della Monash University, ha introdotto Campopiano e accompagnato la successiva conversazione con il pubblico.
Nella lettura proposta da Campopiano, Francesco non è soltanto il santo legato nell’immaginario collettivo agli animali e alla natura. Il suo rapporto con il creato si intreccia con l’attenzione verso la povertà e gli ultimi, aprendo una riflessione sulle barriere che separano non soltanto gli esseri umani tra loro, ma l’uomo dal mondo che lo circonda.
È proprio questo intreccio a permettere alla figura medievale di dialogare, con le dovute distanze storiche, con questioni estremamente contemporanee. Il modo in cui utilizziamo le risorse e trasformiamo l’ambiente non riguarda infatti soltanto la natura: chi prende queste decisioni, per quali interessi e chi ne subisce le conseguenze sono anche questioni di potere.
Ed è su questo punto che, al termine della conferen
za, la conversazione di Campopiano ai nostri microfoni si è allargata dal pensiero francescano alle sue ricerche più recenti.
“Ci troviamo di fronte un po’ allo stesso problema: come utilizziamo il potere e l’autorità che abbiamo?”, ha spiegato lo storico.
Campopiano si sta occupando in particolare del governo della natura, studiando come l’intervento umano abbia trasformato l’ambiente nel corso della storia, soprattutto attraverso la gestione delle risorse idriche e dei fiumi.
Una trasformazione che non è mai completamente neutrale.
“Purtroppo ci sono degli squilibri di potere tra gli esseri umani, quindi chi decide come trasformare la natura è spesso semplicemente chi ha più potere politico ed economico”, ha osservato.
È uno degli elementi che rendono più evidente il legame tra i due temi al centro della serata: le divisioni tra gli esseri umani e il nostro rapporto con la natura. Intervenire sull’ambiente per raggiungere determinati obiettivi economici o politici può infatti generare conseguenze che vanno ben oltre quelle inizialmente previste.
Lo storico ha portato l’esempio dei corsi d’acqua, modificati nel tempo per rispondere alle necessità delle diverse società. Alcuni interventi hanno contribuito a creare squilibri ambientali e, in determinate circostanze, ad aggravare fenomeni di inondazione e distruzione.
“Se trasformiamo le cose in una maniera tale che la natura reagirà contro di noi in maniera distruttiva, non ha senso trasformarla in quel senso”, ha spiegato.
Una riflessione che non vuole trasferire direttamente categorie contemporanee nel Medioevo, ma mostrare come la storia possa aiutarci a porre domande sul presente: non soltanto su come trasformiamo l’ambiente, ma soprattutto su chi abbia l’autorità per farlo e nell’interesse di chi.
La visita di Campopiano in Australia, la prima nel Paese, prosegue proprio attorno a questi temi. Durante il breve soggiorno a Melbourne terrà lezioni alla Monash University, dedicate alla storia ambientale, alla gestione delle risorse idriche e alla trasformazione dei fiumi.
L’esperienza australiana sta però diventando anche un’occasione di scoperta personale e professionale. Lo storico ha raccontato di essere particolarmente curioso di conoscere meglio la storia e le tradizioni aborigene e di aver già iniziato a raccogliere alcuni volumi per approfondire un contesto molto diverso da quelli sui quali ha lavorato finora.
Un interesse che si inserisce in uno sguardo sempre più globale sulla storia, nel quale alle connessioni economiche e politiche si affiancano quelle ambientali e climatiche.
“Significa pensare anche alla storia profonda che ci accomuna tutti, in maniera globale, come esseri umani e non solo”, ha raccontato.
Ed è forse proprio qui che il discorso torna a Francesco. Otto secoli dopo, il santo di Assisi non offre risposte già pronte alle sfide ambientali e sociali del XXI secolo. La sua figura può però continuare a porre domande: sul rapporto con ciò che ci circonda, sulle distanze che costruiamo tra noi e gli altri e sul modo in cui esercitiamo il potere di trasformare il mondo che condividiamo.