ROMA - I “mali” del calcio italiano all’origine dell’ennesimo flop della Nazionale partono da lontano e se non c’è unità d’intenti, con un adeguato supporto della politica, rialzarsi sarà impossibile.

Gabriele Gravina, che ha rassegnato le dimissioni da presidente della Figc ma resterà comunque in carica fino alle elezioni del 22 giugno, prova a fornire un quadro della situazione in una lunga relazione che avrebbe dovuto illustrare davanti alla VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, in un’audizione poi cancellata a seguito del suo passo indietro “come se i problemi del movimento calcistico fossero conseguentemente risolti”.

Ma per il numero uno uscente di via Allegri “le criticità del sistema calcio italiano sono ben note da anni, richiamate in molteplici documenti ufficiali, che differiscono solo per i dati statistici in costante peggioramento, a conferma del fatto che si tratta per lo più di deficit ormai strutturali”.

E l’elenco è lungo, a partire dai pochi italiani in campo. Due dati spiccano nella relazione: dei 284 calciatori che hanno giocato in serie A in media almeno 30 minuti a partita, solo 89 - di cui 10 portieri - sono italiani e la stessa serie A è il 49° campionato al mondo (su 50 monitorati) per percentuale di minuti giocati da calciatori U21 selezionabili per la Nazionale.

I dati condannano anche gli investimenti nei settori giovanili ed evidenziano anche il progressivo impoverimento della qualità tecnica e la dispersione del talento giovanile nel calcio italiano: lo dimostrano i risultati - i migliori di sempre - ottenuti delle nazionali fino all’Under 20, i cui giocatori poi faticano ad affermarsi nelle prime squadre.

Gravina cita i calciatori spagnoli che hanno disputato l’Europeo U19 2023 (vinto dall’Italia) che “hanno minutaggi quasi doppi in prima divisione e quasi sei volte maggiori in partite di Coppe europee rispetto ai loro omologhi italiani”.

Altro nodo è la presenza di “un sistema economicamente insostenibile”, con un calcio professionistico italiano che “perde ancora oltre 730 milioni di euro all’anno”, senza dimenticare l’annosa questione delle infrastrutture (‘L’Italia non figura tra le prime dieci nazioni europee per numero di stadi costruiti/ammodernati tra il 2007 e il 2024’) e la “cronica incapacità di fare sistema: il numero di soggetti portatori di interessi diversi che siedono in Consiglio Federale è superiore a quello che c’è negli altri paesi di riferimento”. E qui parte il j’accuse alla politica, complice dei problemi.

Se l’abolizione del vincolo sportivo è in cima alla lista “per gli effetti devastanti che ha prodotto sulle fondamenta del sistema calcio italiano”, Gravina non dimentica la riforma Mulè che ha dato alle Leghe “una sorta di ‘diritto di intesa’ su temi fondamentali quali, ad esempio, la definizione del sistema delle Licenze Nazionali per l’ammissione ai campionati. Ciò ha (sinora) determinato l’impossibilità di mettere mano ad alcune riforme fondamentali per provare a correggere le criticità prima evidenziate”, su tutte la riforma dei campionati, con Serie A e Serie B a 18, con riduzione dell’area professionistica della Lega Pro.

E ancora, se da un lato il sostegno economico del governo a eventi come Milano-Cortina, l’America’s Cup a Napoli o i Giochi del Mediterraneo a Torino non è mancato, lo stesso non si può dire sul fronte stadi, “neanche in previsione di Euro 2032”. La cura?

Le idee non mancano: il diritto alla scommessa (percentuale di gettito o vincite sul calcio) e il credito d’imposta che genererebbero risorse da devolvere al calcio stesso, per valorizzare giovani e impianti, il ripristino del “Decreto Crescita”, il progetto di rilancio tecnico del calcio giovanile italiano (affidato a Maurizio Viscidi), incentrato sul recupero della centralità della tecnica rispetto alla tattica, la famosa riforma dei campionati, misure di sostegno per realizzare nuovi stadi o ammodernare quelli esistenti.

“Per il bene del calcio italiano, l’unico modo di intervenire è farlo in maniera radicale, grazie ad un’unità d’intenti che superi i confini del conveniente e dell’opportuno - la conclusione a cui arriva Gravina - Sarebbe decisivo un passo in avanti da parte di tutte le componenti federali, con il fondamentale supporto del Governo e del Parlamento. Perché senza questa convinta e unanime volontà di anteporre il bene comune alla difesa del proprio posizionamento, con la politica che deve creare le condizioni e agevolare gli strumenti adeguati per agire, nessun singolo individuo può determinare il vero e completo rilancio del movimento calcistico italiano”.