MELBOURNE – Negli ultimi anni in Australia si è assistito a un declino costante dell’insegnamento delle lingue che richiede al più presto un’inversione di rotta prima di trovarsi davanti a una situazione che metta a rischio tutto ciò che è stato costruito.

A lanciare l’ultimo allarme è Joseph Lo Bianco, professore emerito di Language and Literacy alla University of Melbourne e una delle figure che più hanno contribuito a definire le politiche linguistiche a livello nazionale.

Il suo giudizio sulla situazione attuale è netto: “Dire che siamo in una crisi sarebbe esagerato. Ma siamo in declino”. Un arretramento che, secondo Lo Bianco, richiede una nuova spinta politica, capace di riportare il multilinguismo tra le priorità dell’istruzione.

Il tema delle lingue accompagna Lo Bianco da sempre. Cresciuto a Myrtleford, nel nord-est del Victoria, in una famiglia di emigrati calabresi, ha conosciuto il multilinguismo prima ancora che diventasse l’oggetto di una carriera accademica internazionale.

I genitori non parlavano inglese al loro arrivo e lo hanno imparato lavorando e vivendo nella piccola comunità rurale, mentre in casa, si continuava a parlare il dialetto calabrese.

All’università Lo Bianco si iscrive a Economia ma, una volta completata la laurea, cambia direzione e si dedica alle lingue, al loro insegnamento e soprattutto alle politiche linguistiche.

La svolta arriva nel 1987, quando il governo federale lo chiama a Canberra per elaborare, durante il mandato della ministra dell’Istruzione Susan Ryan, la National Policy on Languages. Il documento viene adottato dal governo e diventa la prima politica linguistica esplicitamente multilingue adottata in un Paese anglofono.

Da allora comincia a viaggiare, dal Sudest Asiatico all’Europa e all’America Latina, collaborando anche con UNESCO, Unione europea e Consiglio d’Europa, con in mente sempre la stessa idea: convincere governi e comunità a considerare il multilinguismo non come un problema da gestire, ma come una risorsa.

Nel 2004 gli viene offerto il ruolo di professore alla University of Melbourne, alla quale rimane legato ancora oggi come professore emerito.

A quasi quarant’anni da quella politica pionieristica, però, il quadro australiano è profondamente cambiato. Sono svariarti i fattori che hanno trasformato quella realtà, ma uno dei più importanti è stata, probabilmente, la progressiva affermazione dell’idea che in un Paese anglofono, conoscere l’inglese fosse sufficiente.

Parallelamente, le politiche linguistiche sono state sempre più associate alle esigenze del commercio e delle relazioni internazionali, privilegiando quindi lingue legate ai principali partner economici australiani, come cinese e giapponese, a scapito delle lingue comunitarie.

Il risultato è una costante indecisione nella definizione delle priorità: le lingue come strumento economico, la tutela dei diritti linguistici delle comunità aborigene e indigene, la centralità dell’inglese, l’attenzione alle competenze linguistiche di base e la salvaguardia delle lingue parlate dalle comunità migranti.

“Una cosa non esclude l’altra”, chiarisce Lo Bianco, ma è viceversa innegabile che il problema nasce quando queste esigenze vengono messe in contrapposizione, anziché diventare parte di una strategia comune.

E la complessità non aiuta: decidere di insegnare più lingue, implica anche stabilire quali scegliere, in quali scuole e con quale continuità tra primaria, secondaria e università. In un Paese caratterizzato da una straordinaria diversità linguistica, come l’Australia, la sfida è molto diversa da quella affrontata da molti Paesi europei.

Il Victoria, che deteneva il primato in ambito dell’insegnamento delle lingue, sta progressivamente perdendo terreno dopo la pandemia. Nelle scuole elementari rimane l’obbligo di studiare una lingua, ma per Lo Bianco il punto non è semplicemente garantirne la presenza nell’orario scolastico: è la qualità dell’insegnamento a dover cambiare.

“Bisognerebbe seguire un approccio bilingue”, chiarisce il docente secondo cui insegnare le materie di scuola in italiano sarebbe la soluzione più efficace, in quanto aumenterebbe “immediatamente il tempo che gli studenti trascorrono nella lingua”.

Invece di un’ora settimanale si potrebbe arrivare a quattro o cinque, creando quell’esposizione che si considera indispensabile per ottenere risultati significativi.

Resta il problema del reperimento degli insegnanti, una delle difficoltà più frequentemente denunciate dalle scuole. Ma anche su questo, Lo Bianco invita a cambiare prospettiva.

A suo giudizio esistono docenti con competenze linguistiche che nel tempo si sono spostati verso l’insegnamento generalista o altre materie e che potrebbero essere riportati verso le lingue attraverso programmi mirati di formazione e riqualificazione.

Prima ancora di concludere che gli insegnanti non ci sono, sostiene, bisognerebbe quindi capire quanti professionisti possiedano già le competenze necessarie, quanti potrebbero essere interessati a riqualificarsi e quanti sarebbero disponibili a tornare a un percorso professionale abbandonato. “Al momento nessuno sta cercando di ampliare la base dei nuovi programmi”, osserva.

Le scuole faticano effettivamente a trovare insegnanti di lingue, ma per Lo Bianco questa carenza è anche il risultato di anni in cui quelle professionalità non sono state sufficientemente promosse.

Il nodo, quindi, torna inevitabilmente alla politica. Lo Bianco fa riferimento alle scelte intraprese dai governi che, progressivamente, hanno perso direzione, energia e slancio. Invertire la rotta non richiederebbe necessariamente investimenti enormi.

Servirebbero piuttosto una strategia chiara, programmi bilingui più ambiziosi, un lavoro sistematico sulla disponibilità degli insegnanti e una pressione maggiore da parte delle stesse comunità linguistiche.

Perché, avverte Lo Bianco, difficilmente i governi torneranno a considerare questo settore prioritario se le comunità non saranno le prime a chiederlo.