Giovanissima, determinata, con la passione per la velocità. Sedici anni sulla carta, ma una sicurezza nel modo di esprimersi che sorprende: parole misurate, pensieri lucidi, la capacità – non comune alla sua età – di valutare i rischi senza lasciarsi travolgere dall’emozione. Di Joanne Ciconte, italo-australiana e giovane promessa delle quattro ruote, colpiscono certamente il talento e la determinazione, ma forse ancora di più la calma con cui racconta il proprio percorso: non solo quello in pista, ma quello dentro un mondo esigente, fatto di disciplina, sacrifici e di quel carattere ostinato che spesso fa la differenza. 

Nata a Melbourne, Ciconte è oggi la più giovane pilota della Formula 1 Academy, il campionato femminile di livello Formula 4. Un traguardo che segna anche un’altra prima volta: l’esordio dell’Australia in una serie che, tra ambizioni e riflettori, sta diventando un passaggio sempre più prezioso per chi sogna il grande salto.

La sua storia, però, non è quella di un successo piovuto dall’alto. È un percorso costruito con pazienza e, spesso, con mezzi limitati ma idee molto chiare. A nove anni inizia con i kart, e in breve arriva una collezione di podi nei campionati statali, fino al titolo di Australian Ladies Pink Plate Champion 2023. Il passaggio alla Formula 4 è rapido e sapientemente preparato. E quando le chiediamo dove sia nata la sua vocazione, non cita poster in cameretta o miti irraggiungibili: racconta, con semplicità, del fratello più piccolo.

“Il momento più importante per me è stato quando ho visto mio fratello guidare un go-kart quando aveva solo sette anni – racconta –. Toglieva il casco con un grande sorriso. È stato la mia ispirazione”. La felicità, in questo caso, è stata davvero contagiosa: in un attimo scatta la scintilla, il fascino della velocità, ma soprattutto la gioia del motorsport, “quella che ti prende e non ti lascia più”.

Dietro le quinte, un lavoro di famiglia: poco glamour, molta sostanza. “Sin dall’inizio io e mio padre siamo diventati una squadra”, ricorda. E in un ambiente dove molti arrivano con strutture rodate, coach, meccanici e budget robusti, lei racconta – senza alcuna autocommiserazione – di come ha trasformato le difficoltà in insegnamenti preziosissimi.  “Guidare con gomme vecchie, non potersi permettere le migliori condizioni, mi ha resa la pilota che sono oggi”. Resilienza è probabilmente la parola che più le si addice: col tempo è diventata semplicemente il suo modo di andare avanti. 

 Il 2025 è l’anno che la proietta al centro della scena. Debutta in F1 Academy, la più giovane in griglia, e chiude la stagione con punti conquistati in più appuntamenti. Un ingresso che fa rumore, ma che porta anche il peso delle aspettative. Ciconte non fa giri di parole: ammette che il gap di esperienza si sente e che il ‘seat time’, il tempo in macchina, è determinante. “Sono entrata nel campionato con solo quattro gare di esperienza – spiega –. Se potessi tornare indietro forse entrerei un po’ più tardi, il motorsport è molto costoso e il tempo in pista è cruciale”.

È qui che affiora il tratto forse più interessante del suo modo di stare nel mondo dei motori: la capacità di leggere la realtà senza perdere di vista l’obiettivo. “È soprattutto un grande gioco mentale”, sottolinea, parlando di una disciplina che chiede nervi saldi, specialmente quando l’adrenalina si mescola all’incertezza. All’inizio della sua carriera, confessa, la pressione era forte: “Mi sentivo nervosa. Ero la più giovane e la meno esperta”. Poi arriva l’istante in cui la paura si scioglie: “Una volta in macchina, vedendo pian piano che avevo la giusta velocità e il giusto impegno, tutto è passato”. D’altra parte la fiducia in sé stessa è, per Ciconte, un ingrediente indispensabile, frutto di una costruzione lenta e metodica.

Ora, la traiettoria si fa ancora più internazionale. Joanne correrà in Giappone nella Kyojo Cup, serie femminile che supporta l’ecosistema della Super Formula, considerata una delle strade più interessanti – e alternative – verso l’élite. Un tassello accuratamente studiato. “Correre nella Kyojo Cup quest’anno è molto importante per la mia visione a lungo termine”, dice. E la ragione è chiara: più gare, più guida, più confronto. “Mi aiuta molto perché guiderò di più e un giorno vorrei correre in Super Formula”. Ma in fondo alla strada che sta costruendo passo dopo passo c’è un sogno preciso: la Formula 1.

Il cambio di continente non la intimorisce. Anzi, ne parla con una graziosa naturalezza. Certo, “la cultura è diversa – ammette –. Ma amo viaggiare e adoro il cibo giapponese”. In pista, invece, cambiano le cose che contano: vettura, gomme, freni, dinamiche di squadra. “È tutto nuovo. La macchina è un po’ più veloce e freni e gomme sono diversi”. Quello che serve adesso è tempo, sensibilità, ma soprattutto la pazienza di riprendere confidenza con tutto, curva dopo curva. Ingredienti che, a giudicare dalla sua determinazione, non sembrano mancarle.

Nel frattempo, il sostegno attorno a lei cresce. Sponsor energici e innovativi, come Fleet Space Technologies e Nike, le danno una spinta concreta. E qui entra in gioco anche l’identità: l’Australia da rappresentare, l’Italia nel sangue. “Flavia di Fleet Space è italiana e questo mi rende ancora più orgogliosa di rappresentare sia la bandiera australiana sia quella italiana”. Dal 2026 correrà con un casco personalizzato che richiama le origini e quel legame con i nonni, arrivati a Melbourne nel 1956, che “significano tutto” per lei.

Nel paddock, però, resta anche la questione di genere. Motorsport competitivo e storicamente maschile: ci si aspetterebbe dalla giovane pilota un racconto critico, e invece Ciconte sceglie una chiave quasi inattesa. “Quando il casco è on e la visiera è giù, siamo tutti uguali”, dice. Con onestà però, ammette l’esistenza anche di un’altra faccia: essere notata “perché ragazza”, crescere tra “cinquanta ragazzi” come avversari, l’assenza, da bambina, di modelli femminili in quel mondo sportivo. Eppure, nessuna vendetta o rivendicazione di genere, ma una determinazione concreta: “L’importante è essere sé stessi e lavorare sodo”.

L’adolescente ha già macinato chilometri, e non soltanto in pista. “L’anno scorso ho preso quasi 70 voli”, racconta. Un ritmo che dice molto della vita che ha scelto: scuola online, compleanni persi, jet lag da gestire e giornate che sembrano non finire mai. È il prezzo – spesso silenzioso – di un sogno coltivato con ostinazione. Nelle sue parole si avverte una consapevolezza precoce: il talento da solo non basta. Servono disciplina, testa e quella fame continua di migliorarsi che nel mondo delle corse fa davvero la differenza.

E quando le chiediamo cosa direbbe a chi vuole seguire i suoi passi, la risposta è semplice: “Il mio consiglio è semplicemente quello di provaci e di inseguire i propri sogni”.