CANBERRA - I Liberali potrebbero avere un nuovo leader nel giro di pochi giorni, ma un semplice cambio al vertice difficilmente fermerà l’emorragia di consensi.

È l’avvertimento che arriva da Kos Samaras, direttore del Redbridge Group ed ex stratega del Partito laburista del Victoria, mentre il Partito liberale si avvicina a uno spill alimentato da sondaggi disastrosi.

Dopo settimane di speculazioni e manovre sotterranee, la leadership di Sussan Ley appare sempre più precaria. I numeri dell’ultimo Newspoll parlano chiaro: il voto primario della Coalizione è precipitato al 18 per cento, superato largamente da One Nation, salita al 27 per cento. Un dato registrato durante la recente rottura tra Liberali e Nazionali, ma che conferma una tendenza ormai strutturale.

Secondo Samaras, il problema non è chi guida il partito. “L’antidoto non è il leader - ha detto -. Servirebbero politiche solide, e quella è una strada lunga e complicata”. A suo giudizio, anche un eventuale avvicendamento con Angus Taylor non risolverebbe le difficoltà di fondo, soprattutto in un contesto in cui la Coalizione perde terreno su più fronti.

Il declino non riguarda solo le aree regionali, dove One Nation continua a guadagnare consensi. Samaras sottolinea che i Liberali hanno perso terreno anche nei confronti del Partito laburista e degli indipendenti. “Fuori dal Queensland, controllano appena cinque seggi urbani su una popolazione di 14,5 milioni di elettori - ha osservato -. I problemi sono enormi”.

I dati di Redbridge confermano il quadro tracciato da Newspoll, suggerendo che non si tratta di un picco momentaneo di protesta. In passato movimenti o candidati alternativi hanno mostrato crescita nei sondaggi prima di sgonfiarsi alle urne, ma questa volta, secondo Samaras, l’ampiezza e la persistenza del fenomeno indicano qualcosa di più profondo.

La sfida al vertice potrebbe avvenire già oggi, in occasione della riunione del gruppo parlamentare, anche se fonti di Canberra indicano che le audizioni del Senato sui conti pubblici potrebbero far slittare la mossa più avanti nella settimana. Intanto, alcune voci interne si fanno sempre più critiche. La senatrice Jane Hume ha detto che “più dello stesso non è abbastanza” e che il partito deve cambiare rapidamente.

Ley, dal canto suo, si dice determinata a restare. Ha ribadito di sentirsi “all’altezza del compito”, mentre Taylor non ha nascosto le proprie ambizioni, evitando di spegnere le speculazioni.

Il punto, però, resta politico prima che personale. Senza una revisione seria dell’agenda e dell’identità del partito, avverte Samaras, il cambio di leader rischia di essere solo un palliativo. Il “marciume”, come lo definiscono ormai anche a destra, non si cura con un nome nuovo sulla porta.