MILANO - La conoscenza del campionato italiano, l’ottimo rapporto con Massimiliano Allegri e la voglia di incidere. Partendo da questi presupposti Adrien Rabiot era perfettamente consapevole di poter fare bene al Milan, così come il club rossonero era certo di puntare sull’uomo giusto. In una lunga intervista alla rivista “Undici”, il centrocampista francese si racconta, parla del suo ritorno in Italia dopo i problemi avuti al Marsiglia, parla di un Milan che con lui e con Allegri si è rialzato.
“Mi aspettavo un impatto del genere - dice l’ex Juventus -. Sono venuto qui per questo, per aiutare la squadra, per dare tutto me stesso. Non sono un giocatore egoista, ma uno che lavora per il gruppo: penso al bene del collettivo, sia in campo che fuori. Sento di aver portato serenità tra i compagni di squadra e anche all’allenatore, che mi conosce e sa che sono affidabile. Poi non potevo immaginare che la squadra potesse andare così bene”. Ha avuto e superato momenti difficili, lunghi periodi non da Rabiot, ma ne è uscito a testa alta.
“In una carriera non tutto può andare per il verso giusto, a volte ti accadono delle cose negative, ma è proprio in questi momenti che impari, che acquisisci più forza. Io ho sempre affrontato tutto, nel calcio e nel privato, con la mia forza mentale - spiega Rabiot -. Penso che questa è la cosa che mi rappresenta di più, avere questa forza, questa capacità di stare sul pezzo, questa voglia di andare avanti e di voler sempre far meglio. La fiducia in me stesso è sempre stata un tratto del mio carattere. Con il tempo, con l’esperienza, questa fiducia è cresciuta sempre di più. Questa è una cosa che voglio trasmettere anche qui, al Milan. Se siamo qui, vuol dire che siamo forti, che abbiamo qualità, e sono cose che dobbiamo dimostrare. Per questo è utile provare, a volte rischiare alcune cose, e per farlo bisogna avere fiducia in noi stessi”.
E’ uno dei leader di una squadra che può vantare diversi punti di riferimento. “Penso che giocatori come Modric, Maignan, anche uno arrivato da poco come Füllkrug, siano indispensabili per trascinare la squadra, ognuno a suo modo”. Già Modrid, un altro grandissimo centrocampista, un pallone d’oro che, a 40 anni, ha stregato anche Rabiot per la mentalità vincente che continua ad avere. “La sua qualità la conoscevamo, mi ha stupito il fatto che sia in grado di correre per novanta minuti, avanti e indietro. A quarant’anni non è una cosa scontata, ha un fisico straordinario. Anche in cose come queste trovi serenità e fiducia”, spiega a Undici il francese, ribattezzato “Cavallo Pazzo” da Allegri negli anni alla Juventus. “Il mister è rimasto sempre lo stesso, forse più sereno. Con lui c’è l’ambizione di far bene, di dare tutto, di allenarsi al cento per cento e di giocare ogni partita come se fosse l’ultima”, dice Rabiot, consapevole della sua importanza, ma che alla fine conta sempre il collettivo.
“Non credo che un giocatore possa cambiare una squadra, ma è vero che può dare un certo tipo di contributo. L’atteggiamento dei più giovani, va detto, è impeccabile, e questo in un gruppo è molto importante. È bello che tutti seguano la stessa direzione, questo è anche merito del mister, che dà tranquillità al gruppo, che ci fa fare le cose per bene, senza fretta, senza nervosismo”.
Capace di incidere anche con allenatori che vedono il calcio in maniera diversa, Rabiot spiega: “È una questione di adattamento, capire cosa chiede l’allenatore e farlo nel miglior modo possibile. Al tempo stesso non perdo le mie capacità, quello che mi rappresenta, è importante mettere tutti gli aspetti insieme, è una cosa che penso di saper fare molto bene”.
“Non mi è mai piaciuto essere un centrocampista con caratteristiche solo difensive o offensive, a me è sempre piaciuto fare tutto sul campo: aiutare la squadra a difendere, poi a ripartire, a tenere palla, a dimostrare la mia tecnica con tiri in porta e inserimenti. Cerco sempre di allenare tutto questo, non solo un singolo aspetto. Più sono completo, più mi sento forte”, spiega Rabiot, uno che a 17 anni condivideva lo spogliatoio del Psg con calciatori del calibro di Ibrahimovic, Thiago Silva, Beckham e Verratti, sotto la guida di Carlo Ancelotti. Ibra, poi, se lo è ritrovato al Milan in un’altra veste. “Ibra per me è sempre stato un esempio, lo è stato per tutti. Anche solo guardandolo imparavi: nel gestire le responsabilità, nel prendere decisioni, nell’essere forte mentalmente. Sono contento di averlo ritrovato qua, mi sono sempre trovato bene con lui: ha un certo tipo di carattere che è un po’ come il mio, abbiamo la stessa ambizione, la stessa voglia di vincere, il non voler mollare mai. Per il me stesso giovane è stata una grande ispirazione”.
Giovane Rabiot è rimasto quando si parla della passione per il calcio. “Mi diverto tanto, gioco da quando ho sei anni ed è la cosa che amo più di tutte. È una passione che ho dentro di me, che mi spinge ogni mattina. Voglio continuare a vincere, è per questo che gioco a calcio: per le sfide, per superare i limiti”.
“Voglio scrivere il mio nome nella storia di ogni squadra per cui ho giocato: l’ho fatto al Psg e alla Juventus, al Marsiglia purtroppo non sono riuscito perché sono rimasto soltanto un anno. Adesso lo voglio fare al Milan: è un obiettivo importante per me. E poi penserò alla Coppa del mondo, vincerla è l’obiettivo più bello nella carriera di un calciatore”, sottolinea Rabiot che conclude l’intervista rilasciata a “Undici” con una considerazione sulla sua carrierra: “Ho scelto di interpretare il calcio rimanendo molto focalizzato, lasciando perdere ogni distrazione. Sono contento di poter dire di essere un esempio: arrivo ogni mattina in allenamento con l’obiettivo di migliorare, di fare le cose al massimo, e dopo sto attento alle cure, alle terapie, all’alimentazione, al dormire. Sono tutti aspetti che fanno parte di questa professione: allenarsi bene e riposare bene. Se non ti riposi, se vai in giro, non avrai fatto tutto il possibile”.