CANBERRA - La Reserve Bank of Australia (RBA) ha riportato il costo del denaro al 3,85% con un rialzo di 25 punti base, chiudendo di fatto il più breve ciclo di allentamento dell’era del target d’inflazione.

La svolta, decisa a soli sei mesi dall’ultimo taglio, ha acceso subito lo scontro politico: la stretta sui tassi d’interesse è diventata un processo alle responsabilità, tra accuse e controaccuse in Parlamento.

La Coalizione ha puntato il dito contro il ministro del Tesoro Jim Chalmers. In una dichiarazione congiunta, la leader dell’opposizione Sussan Ley e il portavoce al Tesoro Ted O’Brien hanno sostenuto che l’aumento “non è un incidente”, ma “la conseguenza diretta della dipendenza del Partito laburista dalla spesa”, che avrebbe mantenuto l’inflazione più alta del necessario e costretto la Banca centrale a intervenire. La tesi è semplice: la spesa pubblica avrebbe spinto l’economia oltre il suo limite, alimentando nuove pressioni sui prezzi.

A sostegno di questa linea, l’opposizione richiama i numeri del Mid-Year Economic and Fiscal Outlook di dicembre, che indicano la spesa pubblica al 26,9% del PIL in questo anno finanziario, il livello più alto da decenni, fatta eccezione per il periodo della pandemia. Anche le nuove previsioni della RBA mostrano che la domanda pubblica è stata più forte rispetto alle stime di novembre: +0,1 punti nel 2025 e +0,2 nell’anno fino a giugno 2026.

La governatrice Michele Bullock ha indicato un altro fattore come elemento decisivo. In conferenza stampa ha detto che, negli ultimi sei mesi, “la domanda privata è risultata molto più forte di quanto previsto”. È il passaggio su cui Chalmers ha costruito la replica, sostenendo durante le interrogazioni alla Camera che la domanda pubblica è in calo nell’ultimo anno, mentre quella privata cresce e spiega l’ulteriore pressione sull’inflazione.

Bullock ha inoltre sottolineato che la produttività australiana resta debole e limita la capacità dell’economia di crescere senza spingere in alto i prezzi. Per alcuni economisti, questa è la vera fragilità: se un ritmo di crescita attorno al 2,3% basta a far salire l’inflazione, significa che il Paese ha un problema strutturale di capacità produttiva e riforme insufficienti.

Stephen Smith, di Deloitte Access Economics, sostiene che la responsabilità non ricade solo sull’esecutivo attuale e che la situazione riflette decenni di interventi “a pezzi” e poco incisivi. La conseguenza, avverte, è un rallentamento del reddito disponibile delle famiglie, cioè degli standard di vita.