La citazione è ripresa dal sito del “Comitato italiano per la remigrazione e la riconquista”, formato da un raggruppamento di organizzazioni di ultradestra con l’ambizione di “divenire punto di riferimento nazionale per tutti coloro che, negli anni, si sono opposti alla dilagante sostituzione demografica e culturale”.
Qualche settimana fa un gruppo di parlamentari dell’opposizione ha impedito che i promotori del comitato tenessero in un’aula del Parlamento la conferenza stampa di lancio della proposta di legge sulla remigrazione, sostenendo che la presenza dei fascisti sarebbe stata un’offesa all’istituzione repubblicana.
Fortunatamente la proposta di legge, che online ha velocemente raccolto oltre 100.000 firme, ha scandalizzato la maggior parte degli osservatori, ma un manipolo di politici e giornalisti ha cercato invece di giustificarla, descrivendola come il ragionevole tentativo di regolamentare le politiche migratorie di un Paese che ha consentito, negli anni, la crescita esponenziale dell’irregolarità e della clandestinità e lo sfruttamento dei migranti. Bene hanno fatto i parlamentari a intervenire, perché la legge proposta è invece ignobile e, se mai venisse approvata, porterebbe l’Italia fuori dal contesto della civiltà Occidentale. Del resto, l’uso del termine “riconquista”, preso a prestito dalla storiografia spagnola, non è certo casuale e rivela che lo sguardo è rivolto a quel passato in cui qualcuno aveva immaginato la superiorità della razza italica e sognato l’impero, portando il Paese alla rovina.
Qui ognuno può giudicare con la propria testa, basta andarsi a leggere i comunicati e il testo della proposta di legge nel sito ufficiale del comitato: 24 articoli in tutto, redatti con linguaggio chiarissimo, quasi brutale, che non lascia spazio a equivoci o interpretazioni; scorrendoli ci si rende facilmente conto che non si tratta della semplice regolamentazione di una materia, ma di una proposta politica e culturale precisa che, se approvata, stravolgerebbe vari principi costituzionali e infrangerebbe il diritto internazionale di cui, del resto, da tempo si sta facendo carta straccia.
Si possono certamente anche condividere quelle idee, ma è disonesto derubricarle a semplice questione tecnica. Si tratta piuttosto di un caso nel quale diviene imperativo da quale parte stare ed è per me triste e preoccupante che già così tanti abbiano messo la loro firma, perché si tratta di una proposta inquietante, a partire dall’affermazione contenuta nell’articolo 2, dedicato ai principi generali: “Lo Stato italiano afferma, come principio inderogabile, che non esiste un diritto intrinseco a migrare, inteso come facoltà del singolo individuo di abbandonare la propria nazione di origine per stabilirsi liberamente in un’altra”. L’affermazione contraddice la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che l’Italia ha ratificato e che, all’art. 13, sancisce invece il diritto di ogni essere umano alla libertà di movimento e di residenza. Ma è soprattutto un’affermazione sorprendente, quando proviene da una nazione che, nella sua breve storia, ha visto migrare oltre 30 milioni di suoi cittadini, che si sono stabiliti in tutto il mondo e costituiscono oggi una componente importante di molte società. L’architettura del progetto di legge ha l’ambizione di ridisegnare la composizione della società, favorendone la componente biologica di origine italica e riconoscendo la piena cittadinanza solo agli individui che possono vantare sangue italiano nelle vene. È una proposta dunque di stampo fascista, che fa coincidere la vera italianità con l’identità etnica, tanto antiquata quanto, nei fatti, inapplicabile. È il nostalgico richiamo a un passato che non può tornare, vaneggiato da chi coltiva ancora l’illusione che le società possano essere costruite e controllate nella loro composizione “razziale”. Da qui al ritorno di certe tecniche utilizzate dai nazifascisti, per assicurare la “purezza della razza”, il passo è breve.
In questa direzione vanno le idee incastonate nell’articolato: espellere per sempre non solo gli stranieri irregolari ma anche quelli regolari, revocare la cittadinanza agli italiani di origine straniera che commettono reati, limitare o abolire il ricongiungimento familiare, eliminare la protezione speciale per i rifugiati, istituire un programma nazionale di “remigrazione” per spingere anche i migranti ormai stabilitisi in Italia ad andarsene, criminalizzare definitivamente le organizzazioni non governative che effettuano salvataggi nel Mediterraneo, definendole responsabili di “traffico migratorio”, incoraggiare il rientro in Italia degli “italo-discendenti” e istituire un “Fondo per la natalità” destinato ai soli residenti italiani.
I promotori sono sicuramente consapevoli che ben difficilmente il testo proposto potrebbe superare lo scoglio della verifica di costituzionalità e approdare nelle commissioni parlamentari. Si tratta di un’iniziativa destinata a finire nel cassetto delle tante leggi mai discusse in aula; ma è un modo per contarsi, diventare “punto di riferimento” e, col tempo, ottenere le modifiche della Costituzione necessarie per aprire la strada al cambiamento. È un dato di fatto che queste idee estreme godono di crescente consenso e, se fino a qualche tempo fa l’argomento della “remigrazione” era considerato tanto ignobile e detestabile da essere tabuizzato, adesso, in Italia come nel resto d’Europa, è stato sdoganato ed è oggi possibile dibatterne pubblicamente, senza doversene vergognare.
Ma perché la “remigrazione” dovrebbe riguardare solo gli “altri”? Proviamo a immaginare cosa accadrebbe se i Paesi che hanno accolto gli italiani, Australia inclusa, decidessero anche loro di avviare programmi di remigrazione e spedissero in Italia milioni di discendenti dei nostri migranti. E chi sarebbero gli “Italo-discendenti” desiderosi di stabilirsi nell’Italia di oggi e quali lingue davvero parlerebbero una volta “tornati” nella madre Patria? Ho conosciuto migliaia di discendenti degli italiani, in Australia, Brasile, Argentina, Stati Uniti e Germania e ben pochi parlavano italiano, a differenza di magrebini, nigeriani, indiani, albanesi e macedoni che vivono oggi in Italia. E quante famiglie vorranno davvero aderire al fascistissimo programma di prolificità italica per dare tanti figli di sangue puro alla patria?
A me piacerebbe che fossero proprio le comunità italiane all’estero, figlie di un’emigrazione che ha dato tanto ai Paesi dove i loro antenati decisero di stabilirsi, a dare una risposta chiara a chi propone la remigrazione, sognando la riconquista.
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