NEW YORK - Il Qatar e il Pakistan continuano a mediare nel tentativo di raggiungere un’intesa che consenta la ripresa dei negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran ed eviti un’escalation militare dopo le elezioni di midterm americane di domani, 3 novembre. Da giorni si susseguono le indiscrezioni secondo cui il presidente americano Donald Trump starebbe pianificando di riprendere gli attacchi contro l’Iran dopo il voto.
Sulla questione è intervenuto il segretario di Stato americano Marco Rubio, parlando con la stampa a margine del G20 di Atlanta. Trump non ha ancora “preso alcuna decisione” in merito a un eventuale nuovo intervento militare in Iran, ha dichiarato Rubio. “Il presidente privilegia un approccio diverso. Se avesse voluto agire in questo modo”, ossia ricorrendo alla forza, “lo avrebbe fatto già settimane, se non addirittura mesi fa”, ha sottolineato.
“Il presidente degli Stati Uniti preferisce risolvere la questione in modo pacifico, ma, se dovessimo avere bisogno di condurre una nuova operazione militare, avremmo la capacità di farlo”. Rubio ha inoltre accusato Teheran di minacciare la distruzione delle infrastrutture energetiche dell’intera regione, definendo tale comportamento “non normale”. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, “rimangono la potenza militare più capace al mondo” e possono raggiungere qualsiasi obiettivo militare, se lo desiderano.
Sul fronte iraniano, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Mohsen Rezai, ha commentato all’emittente IRIB la lettera del vicepresidente americano JD Vance, contenente un’offerta di dialogo diretto. “Gli Stati Uniti hanno cambiato completamente tono.
Il loro atteggiamento è cambiato radicalmente e questo è un buon segnale, che dimostra come il nostro popolo abbia conquistato la vittoria”, ha dichiarato, precisando di non aver ancora risposto alla missiva. Rezai ha affrontato anche la questione nucleare, spiegando che Teheran non ha ancora deciso se modificare la propria dottrina. Ha tuttavia escluso negoziati sul programma nucleare con Washington fino a quando gli Stati Uniti non accetteranno le richieste iraniane. Fino ad allora, ha avvertito, lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso.
Anche il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha giudicato positivamente l’iniziativa americana, pur sostenendo che Teheran “non riconosce, al momento, la necessità di incontri con rappresentanti degli Stati Uniti”. In un’intervista ad Al Jazeera, ha inoltre spiegato che, nel corso dei colloqui con i mediatori, i tempi previsti per l’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz, nell’ambito del piano proposto da Teheran, sono scesi da cinque a due giorni.
Araghchi ha subordinato l’avvio di colloqui diretti all’accettazione, da parte della Casa Bianca, delle condizioni iraniane, senza escludere la possibilità di un nuovo attacco. “Siamo preparati a tutti gli scenari. Abbiamo potenziato i nostri armamenti, affrontato le nostre vulnerabilità e messo alla prova nuove armi. Le nostre forze sono al massimo livello di prontezza”, ha assicurato.
“L’Iran non si arrenderà. Continueremo a mantenere una posizione ferma e a resistere”, ha aggiunto, avvertendo che un eventuale tentativo americano di seminare discordia attraverso l’offerta di dialogo rappresenterebbe “l’ennesimo errore” di Washington.
Intanto, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa iraniane IRNA e Tasnim, ha ordinato ai vertici delle forze armate di rispondere “immediatamente ed efficacemente, senza limitazioni geografiche”, a qualsiasi tipo di minaccia.
Ha inoltre indicato nella “preparazione intelligente al combattimento per affrontare con forza i nemici” uno dei requisiti della massima deterrenza, avvertendo che, in caso di nuovi attacchi militari o terroristici, saranno le forze armate e la nazione iraniana a stabilire il momento e le condizioni della loro conclusione.