ADELAIDE — Il governo laburista del South Australia sfida apertamente la posizione del primo ministro Anthony Albanese sulla morte volontaria assitita e chiede a Canberra di modificare “immediatamente” la legge federale per consentire le consultazioni mediche a distanza.
Lo scontro riguarda una questione particolarmente delicata del sistema australiano di assistenza ai malati terminali: la possibilità di utilizzare la telemedicina nell’ambito delle procedure di voluntary assisted dying (VAD), la disciplina che consente, a determinate condizioni previste dalla legge, l’accesso all’assistenza medica per porre fine alla propria vita.
In una lettera indirizzata alla ministra della Giustizia Michelle Rowland, alcuni dei principali ministri del governo guidato da Peter Malinauskas hanno sollecitato il Commonwealth a intervenire, sostenendo che le attuali restrizioni penalizzino soprattutto i malati terminali che vivono nelle aree regionali, rurali e remote del Paese.
Il ministro della Sanità del South Australia, Blair Boyer, ha detto all’ABC di ritenere probabile che altri ministri della Sanità statali si uniscano alla richiesta. “Dubito di essere l’unico ministro della Sanità a sostenere questo cambiamento”, ha affermato Boyer.
La presa di posizione di Adelaide arriva poche settimane dopo la conferenza nazionale laburista, che ha sostenuto la rimozione delle restrizioni federali sulla telehealth per le procedure legate alla VAD. La posizione del partito, tuttavia, non coincide con quella del primo ministro.
Albanese si è infatti opposto personalmente alla possibilità di sostituire le consultazioni in presenza con quelle a distanza, sostenendo che l’obbligo di un incontro faccia a faccia rappresenti una garanzia importante all’interno di un processo che riguarda una decisione irreversibile. Secondo il primo ministro, consentire un ricorso più ampio alla telemedicina potrebbe indebolire queste tutele.
Il governo del South Australia contesta però che le regole attuali producano lo stesso livello di protezione per tutti gli australiani. Per chi vive lontano dai grandi centri urbani, infatti, l’obbligo di recarsi fisicamente da un medico può significare affrontare lunghi viaggi, costi aggiuntivi e difficoltà logistiche proprio nelle fasi più avanzate di una malattia terminale.
Per il governo Malinauskas, il cuore della questione è l’accesso equo. Un sistema costruito intorno alle consultazioni esclusivamente in presenza può essere relativamente semplice da applicare nelle aree metropolitane, ma molto più oneroso per chi vive in comunità isolate o a centinaia di chilometri dai principali centri sanitari.
È proprio su questa disparità geografica che i ministri del South Australia hanno concentrato la loro richiesta a Canberra, sostenendo che le norme attuali creano uno svantaggio per alcuni dei pazienti più vulnerabili.