ROMA - Slitta al 14 luglio l’esame in Aula alla Camera della riforma della legge elettorale. Il rinvio di una settimana viene motivato ufficialmente dal governo con il possibile caos nei trasporti, tra sciopero e lavori su una tratta ferroviaria, e con l’appuntamento del centrosinistra a Napoli sul programma.
Per le opposizioni, invece, dietro la decisione ci sono soprattutto le difficoltà interne alla maggioranza, ancora divisa sul nodo delle preferenze.
Il punto non è stato sciolto neppure nella riunione degli sherpa di Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi moderati. I leader, per ora, derubricano la questione a confronto tecnico. “Stanno lavorando tutti i tecnici”, ha detto il vicepremier Antonio Tajani. Sulla stessa linea Matteo Salvini: “Non partecipo a riunioni, non sono ai tavoli, ci sono i tecnici che se ne stanno occupando”.
La settimana in più potrebbe servire a trovare una mediazione, ma le distanze restano. Fratelli d’Italia insiste sulle preferenze, considerate una battaglia storica del partito, e la linea della premier Giorgia Meloni viene descritta come ferma, mentre Lega e Forza Italia continuano a manifestare perplessità.
Il capogruppo leghista Riccardo Molinari ha ricordato che il testo nasce già da un compromesso di maggioranza e ha avvertito che rimettere in discussione altri pezzi “crea delle difficoltà”. Il tema delle preferenze era già emerso come uno dei principali nodi politici durante l’approdo della riforma in Aula.
Nel centrodestra c’è chi non esclude che, alla fine, le preferenze possano restare fuori dal testo, in nome della compattezza della coalizione, anche perché il voto segreto potrebbe rappresentare un’insidia per la maggioranza.
Le opposizioni, che confermano il “muro” contro la riforma, sono convinte che la maggioranza possa essere costretta a una marcia indietro.
Elly Schlein attacca il governo e accusa la destra di occuparsi solo delle proprie convenienze politiche. “Il tempo di occuparsi dell’Italia quando pensano di trovarlo?”, chiede la segretaria del Pd. Duro anche Avs, che definisce la proposta “Vampirellum” e accusa Fratelli d’Italia di voler fare “l’asso pigliatutto” a danno degli alleati.
Alla leader dem replica il ministro Luca Ciriani, secondo cui il Parlamento in questi giorni “si sta occupando di tutto tranne che di legge elettorale”, e ribadendo che la riforma resta legata all’obiettivo della stabilità e alla volontà di rendere più chiaro il rapporto tra voto, coalizione vincente e governo.
Sul fronte esterno alla coalizione pesa anche l’affondo di Roberto Vannacci. L’ex generale sostiene che, se Futuro nazionale continuerà a crescere nei sondaggi, Meloni finirà per far arenare la nuova legge elettorale, rinunciando al premio di maggioranza. Una previsione che si aggiunge alle tensioni già aperte nel centrodestra e al pressing delle opposizioni, decise a bloccare il provvedimento.