L’estate degli australiani in Italia esiste davvero come stagione o è diventato, piuttosto, un modo di abitare il tempo che non coincide più né con il calendario europeo né con quello australiano, ma con una terza dimensione fatta di voli sempre più costosi e di decisioni familiari che somigliano più a equilibri logistici che a scelte di svago?
È una domanda che attraversa le storie raccolte tra chi dall’Australia si è trasferito in Italia e che oggi si ritrova, con una certa naturalezza ma anche con qualche strappo implicito, a ridefinire cosa significhi “fare le vacanze”, perché se da un lato l’idea classica dell’estate come ritorno in patria sembra progressivamente scivolare fuori portata, dall’altro si afferma una nuova pratica che ha nell’Europa il suo centro di gravità, mentre l’Australia resta sullo sfondo, presente ma sempre più distante, quasi sospesa tra nostalgia e costi proibitivi.
Così, l’estate diventa una somma di micro-scelte, di ritorni locali e di fughe ravvicinate, spesso dettate tanto dal desiderio quanto dalla necessità di evitare il caldo, la folla o semplicemente l’inevitabile sovraccarico della stagione. Ma insieme a questa libertà apparente si affaccia un altro elemento, molto più concreto, che riguarda il costo stesso della distanza, perché tornare in Australia oggi significa affrontare cifre che, come racconta chi lo ha sperimentato, possono superare i tremila dollari per un biglietto di sola andata, e questo dato economico, più di qualsiasi considerazione sentimentale, finisce per riorientare le scelte delle vacanze, rendendo il ritorno un evento raro, quasi eccezionale.
Per Rachel Selvaggio, che vive in Italia da dodici anni, l’estate prende questa volta la forma di un ritorno profondamente personale e familiare: “Quest’anno abbiamo in programma di trascorrere un mese in Sicilia. Mio marito è di Agrigento e abbiamo avuto il nostro terzo figlio a maggio, quindi siamo fortunati che lui possa usufruire del congedo di paternità e tornare per un mese nella sua città natale. Durante il soggiorno faremo anche il battesimo di nostro figlio”, ma già in questa apparente stabilità si inserisce una dinamica più ampia, perché la stessa Rachel chiarisce come le vacanze non seguano mai uno schema fisso, ma oscillino tra esigenze familiari e desideri divergenti. “Non è la nostra vacanza abituale. Le nostre due figlie più grandi di solito vanno dai nonni per tre settimane. Ma l’anno scorso siamo stati una settimana in Norvegia con i miei genitori e poi in Puglia. Nella nostra famiglia facciamo fatica a decidere cosa fare: mio marito vuole andare al mare e io vorrei viaggiare in un posto nuovo”.
Una scelta che, più che logistica, diventa anche economica e strutturale, quando osserva che “i prezzi sono esorbitanti e ho la sensazione che per noi sia ancora più costoso andare lì rispetto agli australiani che vengono qui”, lasciando emergere una delle prime fratture di questo nuovo modo di vivere l’estate, in cui il ritorno in Australia coincide sempre più spesso con un investimento di volta in volta più impegnativo.
Qui si inserisce anche l’esperienza di Stefanie Reilly, che descrive una libertà di movimento europea quasi naturale, ma al tempo stesso attraversata dalla consapevolezza del prezzo dei collegamenti globali, raccontando: “Quest’anno ho in programma di viaggiare un po’. Inizierò da Zurigo, poi attraverserò la Francia con tappe a Digione, Parigi e Lione, prima di tornare a Lecce passando da Verona. Poi passerò il resto dell’estate nel Salento, quindi avrò anche la possibilità di andare al mare ogni tanto”.
Stefanie aggiunge anche una considerazione che cambia il punto di vista sull’intero sistema delle vacanze contemporanee: “Una delle cose migliori del vivere in Europa è quanto sia facile visitare Paesi diversi, e avere il mare vicino è qualcosa che sto apprezzando molto più che in Australia”.
Il confronto con il paese d’origine torna inevitabilmente quando parla dei viaggi: “Sono tornata a casa a gennaio e poi di nuovo ad aprile e i voli erano carissimi. Ho pagato circa quattromila dollari solo per il biglietto di ritorno”.
Roberto Fantacci, invece, osserva l’estate italiana dall’interno, con uno sguardo insieme pratico e comparativo, descrivendo una stagione che va pianificata quasi strategicamente per evitare gli eccessi del clima e del turismo. “Quest’anno trascorrerò del tempo con la famiglia a Tarquinia. Tarquinia è una bellissima cittadina vicino al mare e di solito è meno turistica, anche se si riempie di persone che arrivano da Viterbo per le case al mare. Per sfuggire al caldo visiteremo anche Castelluccio di Norcia e il Monte Amiata. Passeremo anche un po’ di tempo a Porto Santo Stefano verso la fine dell’estate, perché in questo periodo è troppo caotico per i turisti”.
Tuttavia, è forse nella sua riflessione sulla quotidianità familiare che emerge una delle trasformazioni più profonde: “La differenza più grande rispetto all’Australia è avere nostro figlio a casa per due mesi e mezzo. È molto impegnativo perché io e mia moglie lavoriamo entrambi a tempo pieno e dobbiamo tenerlo occupato”. In un certo senso, dunque, nel suo racconto in Italia l’estate non è più solo tempo libero, ma tempo da organizzare, quasi da amministrare, con una densità diversa rispetto alle quattro settimane tipiche australiane.
Anche la relazione con il mare cambia significato: “Non è come in Australia: spesso ci sono poche aree libere dove sedersi sulla spiaggia, mentre altre sono stabilimenti balneari dove si paga anche più di 30 euro per un posto”.
Donna Mamouni, infine, introduce un elemento di rottura sensoriale, quasi fisico, che riporta l’estate alla dimensione corporea del clima e dell’adattamento: “L’umidità è fuori da ogni scala. Sono cresciuta nell’outback dell’Australia Meridionale e non ce la sto facendo, è pazzesco quanto sia umido, non è quello che mi aspettavo”.
La sua estate si sposta rapidamente sul piano delle nuove priorità familiari, perché il ritorno in Australia diventa impraticabile. “Non torniamo perché è troppo costoso. Inoltre, ho un bambino di due anni e il viaggio è stato molto difficile per lui, troppo lungo”. Così, la direzione si sposta altrove, verso il Marocco, dove la vacanza coincide con un evento familiare e culturale (il compagno di Donna è modenese ma ha origini marocchine). “Il piano è andare in Marocco per le vacanze estive. In questa occasione ci sarà anche una festa tradizionale marocchina per nostro figlio”.
Ciò che emerge da questi racconti è un’estate che non è più soltanto scelta ma anche adattamento, compromesso e ridefinizione delle priorità familiari, uno spazio sospeso tra nostalgia e opportunità, tra vincoli economici e libertà di movimento, dove l’Australia resta un punto di riferimento affettivo sempre più distante e costoso da raggiungere, mentre l’Europa diventa progressivamente il vero centro operativo di una vita transnazionale fatta di spostamenti, ritorni selettivi e nuove geografie dell’abitare.