WASHINGTON - Meta ha “attirato” bambini e adolescenti su Instagram e Facebook, nascondendo i rischi legati all’uso delle piattaforme, oppure ha affidato ai propri team il compito di individuare e correggere i problemi legati a un utilizzo eccessivo? È attorno a queste due ricostruzioni opposte che si è aperto a Oakland, vicino a San Francisco, il primo processo federale contro il colosso dei social media.
Nell’ambito dell’azione avviata nel 2023 da 29 procuratori generali, con California, Colorado, Kentucky e New Jersey in prima linea, il gruppo di Menlo Park affronta la causa promossa dai 29 Stati Usa che chiedono quasi 200 miliardi di dollari di sanzioni e modifiche sostanziali a Facebook e Instagram.
Il procedimento rientra nel più ampio contenzioso aperto negli Stati Uniti contro le grandi piattaforme social, che vede nel mirino anche TikTok, Snapchat e YouTube, citati in giudizio da famiglie, distretti scolastici e amministrazioni statali per i presunti effetti dannosi dei loro servizi sui minori.
Un contenzioso il cui precedente più famoso riporta all’industria del tabacco: nel 1998 le quattro maggiori aziende produttrici di sigarette raggiunsero un accordo storico per chiudere le cause intentate da decine di Stati, versando da allora oltre 176 miliardi di dollari e continuando a pagarne circa 9 all’anno.
L’attacco all’azienda di Mark Zuckerberg si articola su tre fronti principali: l’accusa sostiene infatti che Meta abbia nascosto i rischi delle sue piattaforme per gli adolescenti, progettato funzionalità per spingerli a trascorrerne più tempo e raccolto dati di bambini sotto i 13 anni senza il consenso dei genitori, in violazione della legge federale.
“Meta, una delle aziende più grandi e potenti al mondo, ha condotto una campagna per ingannare e fuorviare i suoi utenti, i legislatori, gli insegnanti e i genitori”, ha accusato Megan O’Neill, viceprocuratrice generale della California, rivolgendosi alla giuria chiamata a esaminare il caso fino alla fine di settembre.
La difesa respinge l’ipotesi di un inganno sistematico e sostiene che la vicenda riguardi, più semplicemente, un disaccordo sul modo in cui Meta ha affrontato e cercato di correggere le criticità. “Non c’è alcun dubbio sul fatto che Meta abbia riconosciuto che alcune persone possano avere difficoltà a gestire l’uso dei social media e abbia cercato di sviluppare strumenti per aiutarle”, ha replicato l’avvocato del gruppo, Paul Schmidt.
La procuratrice ha però liquidato queste misure come “barriere di carta velina”, sottolineando che appena lo 0,2% degli adolescenti ha effettivamente utilizzato la funzione “fai una pausa”.
Il confronto in aula si è aperto con l’ostensione di documenti interni in cui alcuni dipendenti riconoscevano che determinate funzionalità “sfruttano le debolezze della psicologia umana”. Schmidt ha difeso l’operato aziendale spiegando che “questo documento è stato scritto da persone la cui missione è assicurarsi che Facebook non causi alcun danno”, descrivendo team incaricati di “individuare i problemi e lavorare per risolverli”.
Emblematico è stato lo scontro sui filtri di Instagram che simulano interventi di chirurgia estetica: secondo l’accusa, Meta li aveva inizialmente sospesi consultando esperti che ne avevano raccomandato il divieto, per poi ripristinarli nel 2020 per decisione dello stesso Zuckerberg dopo essere stato informato del loro impatto sulla crescita della piattaforma.
La difesa offre invece una ricostruzione opposta, sostenendo che, in assenza di prove solide sulla loro pericolosità, avrebbe prevalso la tutela della libertà di espressione.
Mentre il procuratore generale della California, Rob Bonta, ha dichiarato in conferenza stampa che i legali di Meta “si aggrappano a ogni appiglio”, la prima giornata di udienza si è chiusa con la testimonianza di Arturo Bejar, ex ingegnere del colosso diventato una figura di riferimento per le famiglie. Bejar ha raccontato che al momento della sua assunzione in azienda dominava lo slogan “Move fast and break things”, ossia “muoviti velocemente e rompi le cose”, spiegando che “bisognava mettere i prodotti nelle mani degli utenti il più rapidamente possibile; di conseguenza, le considerazioni sulla sicurezza passavano in secondo piano”.
Fuori dal tribunale si sono radunate diverse madri, tra cui Lori Schott, che ha dichiarato ai media: “Nessuna azienda, per quanto ricca, influente o convinta di essere intoccabile, dovrebbe potersi mettere al di sopra della verità, della legge e dei nostri figli”, accusando i social di aver compromesso gravemente la salute mentale dei più giovani.
Per Meta, già condannata due volte quest’anno in procedimenti legati all’impatto delle sue piattaforme sui minori (tra cui una recente sconfitta in New Mexico che potrebbe costringerla a modificare alcuni servizi e a versare quasi un miliardo di dollari), l’azione legale guidata dalla California rappresenta la minaccia più incisiva.
Un’eventuale sconfitta nello Stato in cui ha sede il gruppo potrebbe infatti imporre una revisione estesa delle piattaforme, con interventi sugli algoritmi centrali, e aprire la strada a risarcimenti di dimensioni enormi, stimati dai legali della società fino a 1.400 miliardi di dollari.
Gli otto giurati emetteranno un verdetto consultivo tra fine settembre e inizio ottobre, ma spetterà alla giudice Yvonne Gonzalez Rogers (nota per aver sanzionato Apple e arbitrato il recente processo tra Elon Musk e OpenAI) decidere autonomamente. Mark Zuckerberg è il testimone di punta annunciato, ma non ancora confermato; la sua prima comparizione davanti a una giuria, avvenuta a febbraio a Los Angeles, si era conclusa con una condanna storica contro cui Meta ha presentato appello.