TEHERAN - Nelle scorse ore il CENTCOM, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha ufficializzato l’inizio delle operazioni militari contro le forze iraniane. In una dichiarazione ufficiale, il comando strategico ha chiarito gli obiettivi precisi dell’azione bellica: gli attacchi mirano a indebolire ulteriormente le capacità di Teheran di minacciare la libera navigazione mercantile all’interno dello Stretto di Hormuz.
L’operazione rappresenta una nuova escalation nel confronto tra Washington e Teheran e arriva dopo il definitivo fallimento del cessate il fuoco raggiunto nelle scorse settimane.
Secondo il Pentagono, i raid sono stati pianificati come risposta diretta agli attacchi attribuiti al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica contro il personale militare statunitense stanziato in Giordania, nei quali hanno perso la vita due soldati americani.
Gli obiettivi colpiti riguarderebbero infrastrutture militari e logistiche ritenute essenziali per le operazioni iraniane nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico da cui transita una parte consistente del commercio mondiale di petrolio e gas. Per Washington, l’intento è ridurre la capacità dell’Iran di minacciare il traffico marittimo internazionale e gli interessi degli alleati nel Golfo.
A una settimana dal collasso della tregua, Teheran ha dichiarato decaduto il memorandum d’intesa firmato con gli Stati Uniti a Islamabad il 18 giugno.
Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha annunciato che l’Iran considera sospesi tutti gli impegni assunti nell’accordo, accusando Washington di averne violato ripetutamente i contenuti con le operazioni militari degli ultimi giorni.
Ancora più dura la posizione della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, che in un messaggio scritto ha definito gli Stati Uniti il “Grande Satana”, accusandoli di aver dimostrato ancora una volta che la firma del presidente americano “non ha alcun valore”. Khamenei ha parlato di “bullismo”, sostenendo che il comportamento di Washington conferma l’impossibilità di riporre fiducia negli Stati Uniti e promettendo “lezioni indimenticabili” in risposta agli attacchi.
Donald Trump ha liquidato le dichiarazioni della leadership iraniana affermando di non attribuire alcuna importanza alle minacce provenienti da Teheran, mentre l’amministrazione americana continua a sostenere che l’obiettivo dell’operazione resta esclusivamente la tutela della sicurezza della navigazione internazionale e del personale statunitense nella regione.
Ma il conflitto continua ad allargarsi coinvolgendo sempre più direttamente gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, Washington starebbe trasferendo con urgenza ulteriori caccia nell’area per rafforzare la propria presenza militare e prepararsi a possibili nuovi sviluppi.
Il Kuwait è stato uno dei Paesi maggiormente colpiti dall’escalation. Le autorità hanno disposto la chiusura temporanea dell’aeroporto internazionale dopo ripetuti allarmi per missili e droni. I Pasdaran hanno rivendicato attacchi contro Camp Arifjan, uno dei principali centri di supporto logistico delle forze americane nella regione, e contro una struttura radar situata nella base aerea di Ali Al Salem.
La Kuwait Petroleum Corporation ha inoltre confermato che uno dei propri impianti petroliferi è stato danneggiato durante i bombardamenti iraniani. L’azienda ha parlato di ingenti danni materiali e di alcuni feriti tra il personale, senza fornire un bilancio definitivo. Anche il Bahrein sarebbe finito nel mirino delle forze iraniane, che hanno annunciato di aver impiegato droni contro una base militare statunitense presente nel Paese.
Secondo i media iraniani, gli Stati Uniti hanno risposto colpendo infrastrutture civili nella provincia meridionale di Hormozgan. In particolare, sarebbero stati presi di mira gli impianti elettrici e le strutture di desalinizzazione situate nei pressi del porto di Jask e dell’area di Sirik, entrambe strategiche per il controllo dello Stretto di Hormuz.
L’aggravarsi della situazione ha spinto anche il Dipartimento di Stato americano a diffondere un’allerta di viaggio globale, invitando i cittadini statunitensi a prestare la massima prudenza negli spostamenti all’estero. Secondo Washington, il rischio di un’ulteriore escalation in Medio Oriente resta elevato e potrebbe avere conseguenze imprevedibili sulla sicurezza dell’intera regione.