NEW YORK – Si apre un nuovo fronte giudiziario sulla politica commerciale di Donald Trump, dopo che 25 Stati americani hanno chiesto alla Corte per il Commercio internazionale di annullare le tariffe imposte a luglio sui prodotti provenienti da 60 partner degli Stati Uniti.

Il ricorso, depositato lunedì a New York, sostiene che l’amministrazione abbia adottato un’imposta generalizzata sulle importazioni senza disporre dell’autorità necessaria. Tra i firmatari figurano Oregon e New York, insieme ad altri Stati guidati da governatori o procuratori generali Democratici.

Le nuove aliquote, pari al 10 o al 12,5 per cento, sono entrate in vigore il 24 luglio, subito dopo la scadenza di un precedente dazio globale del 10 per cento. Tra i soggetti interessati compare anche l’Unione europea.

La Casa Bianca ha motivato il provvedimento accusando numerosi Paesi di non impedire in modo adeguato l’ingresso e l’esportazione di merci prodotte mediante lavoro forzato.

Gli Stati ricorrenti ritengono però che tale giustificazione sia stata usata per riproporre, tramite una diversa base normativa, tariffe simili a quelle già bocciate dai tribunali.

“Nonostante abbia perso a ogni passaggio, Trump tenta ancora una volta di infliggere disordine alle famiglie che lavorano e alle imprese dell’Oregon”, ha dichiarato il procuratore generale dello Stato, Dan Rayfield.

Il portavoce della Casa Bianca Kush Desai ha respinto le accuse, definendo i dazi una risposta legittima a pratiche commerciali sleali. Secondo Desai, la mancata applicazione di divieti efficaci contro le merci ottenute con lavoro forzato danneggia il commercio statunitense e i lavoratori americani.

La controversia segue una serie di sconfitte giudiziarie subite dal presidente durante il suo secondo mandato.

Il 20 febbraio, la Corte Suprema aveva stabilito che l’International Emergency Economic Powers Act non autorizza il capo dell’esecutivo a imporre unilateralmente tariffe estese ai partner commerciali. Trump aveva reagito accusando i giudici di slealtà e introducendo dazi temporanei del 10 per cento attraverso un’altra disposizione mai utilizzata prima per una misura di portata globale.

Anche quelle tariffe erano state dichiarate illegali dalla Corte per il commercio internazionale, ma sono rimaste in vigore durante il ricorso dell’amministrazione.

L’ultimo pacchetto poggia invece sulla Sezione 301 del Trade Act del 1974, norma impiegata in passato per contrastare comportamenti economici sleali o discriminatori. Gli oppositori osservano tuttavia che tale strumento è stato tradizionalmente rivolto contro singoli Paesi o comparti specifici, non contro la quasi totalità delle importazioni.

Le aliquote di luglio interessano infatti oltre il 99 per cento delle merci acquistate all’estero dagli Stati Uniti.

Secondo i ricorrenti, una tassa tanto ampia non contribuirebbe concretamente a combattere il lavoro forzato e finirebbe invece per aumentare i costi per consumatori e aziende. La causa si affianca a quelle già promosse da piccole imprese americane, anch’esse intenzionate a bloccare il nuovo regime tariffario.