Borgo è una piccola gemma nel cuore di Ascot Vale. Un’insegna raccolta e graziosa, al 152 di Union Road, dove i sapori d’Italia, prendono forma con garbo, competenza e una cura quasi artigianale. Lo si è visto anche lunedì 22 giugno, durante una degustazione speciale pensata per far conoscere l’anima del locale: un’accoglienza genuina, piatti presentati personalmente dai proprietari, una sala calda e conviviale, e quella sensazione rara di sentirsi ospiti prima ancora che clienti.
Nato dall’incontro tra Christian Giorgini, abruzzese di Borgo Marina (Pescara), e Danilo Vezzoso, piemontese originario di Borgo San Lorenzo (Alba), Borgo Food & Wine unisce due territori distanti circa 500 chilometri, ma accomunati dalla stessa filosofia dell’ospitalità. Da una parte l’Abruzzo, con la sua cucina generosa e autentica; dall’altra il Piemonte, terra di grandi vini e sapori raffinati. Ai fornelli c’è lo chef Lorenzo Spano, sardo e diplomato alla prestigiosa scuola ALMA, che orchestra magistralmente un menu capace di attraversare il Belpaese da nord a sud, valorizzando al tempo stesso le eccellenze australiane e la stagionalità delle materie prime.
“Il menu è ispirato alle regioni che ci hanno formato e ai prodotti più freschi disponibili – spiega Spano –. Ci piace dire che è per l’80 per cento autentico e per il 20 per cento creativo. L’obiettivo è sempre offrire un gusto unico”.
La degustazione ha accompagnato gli ospiti in un percorso che ha raccontato questa filosofia portata in tavola. L’apertura è stata affidata a due grandi classici della tradizione: un delicato vitello tonnato e una fresca insalata di polpo, antipasti capaci di coniugare equilibrio e finezza. A seguire, una selezione di paste che ha messo in risalto la ricchezza delle diverse tradizioni regionali italiane, preparate con cura e servite in porzioni pensate per essere condivise, nel pieno rispetto dello spirito conviviale del locale.
Tra i piatti che hanno conquistato il palato dei presenti, la guancia di manzo si è distinta per una cottura lenta e impeccabile: tenerissima, dal gusto elegante e profondo, si scioglieva letteralmente al primo assaggio. Ad accompagnare le portate, una selezione di contorni e una degustazione di vini accuratamente studiata, con etichette italiane scelte per esaltare ogni sfumatura del menu e guidare gli ospiti in un vero viaggio enogastronomico attraverso la Penisola.
Ma ciò che distingue Borgo nel ricco panorama della ristorazione italiana a Melbourne non è soltanto la cucina. È la volontà di riportare al centro la relazione umana, un valore che i due fondatori considerano il cuore stesso del loro progetto.
“Quello che cerchiamo di fare è la human connection – racconta Giorgini –. Vogliamo riportare la ristorazione di una volta: conoscere il cliente, sapere chi è, farlo sentire parte di qualcosa, attraverso l’autenticità dell’essere italiani”.
Una filosofia che si riflette anche nel legame con il quartiere. Il caffè arriva dalla torrefazione della zona, la carne dal macellaio locale e, dove possibile, Borgo sceglie di collaborare con le attività vicine. “Lavoriamo tutti insieme, ci aiutiamo a vicenda. Questo è Borgo”, racconta ancora Giorgini. Non è un caso che il nome stesso richiami il concetto di vicinato, di comunità, di quel senso di appartenenza che in Italia si respira nei piccoli paesi.
Anche un gesto apparentemente semplice racconta questa visione: a fine pasto l'espresso è offerto dalla casa. Un'abitudine che non nasce da una strategia commerciale, ma dal desiderio di preservare un rituale profondamente italiano, fatto di una tazzina condivisa e di qualche minuto in più trascorso attorno al tavolo.
In un Paese dove la cucina italiana è spesso reinterpretata, lucidata, talvolta resa scenografica, Borgo sceglie una strada più intima e di nicchia. Meno clamore, più sostanza. Meno posa, più accoglienza. Un piccolo presidio di italianità contemporanea, dove il cibo diventa occasione d’incontro e la tavola torna a fare ciò che ha sempre fatto meglio: mettere insieme le persone.
“Se un giorno Borgo verrà ricordato per qualcosa – conclude Vezzoso –, spero che non sia soltanto per quello che abbiamo servito nel piatto, ma per come siamo riusciti a far sentire le persone che hanno varcato quella porta”.