BUENOS AIRES – Ravvedimento o ritirata strategica? Un braccio di ferro giudiziario e una forte mobilitazione popolare hanno convinto il governo di Javier Milei a ritirare la derogazione alla Ley de tierras, la controversa abolizione ai limiti alla vendita di terre rurali ad acquirenti stranieri.

Così, il progetto di legge sull’inviolabilità della proprietà privata ha finito per incorporare due articoli che ripristinano la legge originale, approvata nel 2011, durante il governo di Cristina Kircner, e che fissa un tetto del 15% all’alienazione di terre a favore di stranieri.

Ora la riforma tornerà al Senato, dove le modifiche saranno ratificate o respinte (ma per questa seconda eventualità servirà una maggioranza dei due terzi).

Per comprendere quanto accaduto in Parlamento, è necessario riassumere i passaggi chiave avvenuti nelle settimane precedenti.

La Ley de Tierras era stata abrogata nel 2023, tramite il decreto sulla deregolamentazione economica (Dnu 70/2023), ma tale abrogazione – in seguito a un ricorso – era stata congelata dalla magistratura con una misura cautelare, perché considerata anticostituzionale.

Lago Mascardi al tramonto. (Foto: F. Capelli)

La misura è stata a sua volta revocata dalla Corte Suprema lo scorso 29 settembre.

“In realtà la Corte non si è pronunciata sulla costituzionalità di fondo, ma sul fatto che il ricorso era stato promosso dall’associazione di ex combattenti di Malvinas (Cecim), che però non era legalmente legittimata a farlo in quanto soggetto non portatore di un legittimo interesse”, chiarisce Matías Oberlin, storico e ricercatore del Centro interdisciplinare di studi agrari dell’Università di Buenos Aires, nonché componente dell’Observatorio de tierras, uno spazio di ricerca e tutela del territorio. 

Quale che sia la motivazione, la decisione della Corte Suprema ha così liberalizzato di nuovo la compravendita di terre per gli stranieri, senza alguna regolamentazione. 

La sentenza ha scatenato una forte reazione politica e sociale. Pochi giorni dopo, il 9 ottobre, la stessa Corte ha dovuto emettere un provvedimento di sospensione temporanea della deregolamentazione, di fronte alle imponenti mobilitazioni popolari.

Intanto i partiti di opposizione hanno minacciato una sessione speciale in Parlamento per bocciare definitivamente l'intero Dnu 70/2023.

È stato allora che, per evitare una pesante sconfitta politica e salvare il resto del decreto, il presidente della Camera, Martín Menem, ha avviato una serrata trattativa con i blocchi alleati e quelli dell’opposizione più aperti al dialogo, ossia i radicali dell’Ucr, il Pro e alcuni partiti provinciali.

Un altro scorcio di Lago Mascardi. (Foto: F. Capelli)

La scelta del governo è stata drastica: Milei ha sacrificato i propri piani sulla liberalizzazione della vendita di terra pur di proteggere la stabilità del Dnu 70. “Il Dnu 70 è cruciale e il governo non può permettersi di perderlo”, spiega Oberlin.

Non solo. Si sarebbe scatenato un “caos amministrativo” e sarebbero state annullate anche le norme relative alla deregolamentazioni sugli affitti, sul commercio e sul lavoro. Alle quali, apparentemente, Javier Milei sembra tenere addirittura di più.

Il testo modificato pochi giorni fa alla Camera ha ottenuto una doppia e differente approvazione.

Il ripristino della Ley de Tierras è passata con una larghissima maggioranza trasversale: 239 voti a favore e solo 4 contrari. La maggioranza e i suoi alleati hanno votato compatti per ripristinare i limiti, da loro stessi eliminati, cedendo alla pressione dell'opinione pubblica.

La Legge sulla proprietà privata (che introduce requisiti molto più rigidi per le espropriazioni statali e istituisce i giudizi rapidissimi per gli sgomberi) è passata invece sul filo del rasoio con 124 voti a favore, 119 contrari e 6 astensioni.

“Questa legge introduce gli sfratti esecutivi lampo, in una fase storica i le famiglie si indebitano per fare la spesa quotidiana – afferma –. In più rende di fatto impossibili gli espropri per realizzare infrastrutture, dal momento che obbliga lo Stato a indennizzare i proprietari a prezzi di mercato, maggiorati dell’eventuale lucro cessante”.

Gli sgomberi lampo, poi, non si riferiscono solo a singole famiglie, ma anche a intere comunità. È il caso per esempio delle terre della Patagonia, che i nativi mapuche occupano e reclamano come proprie, perché sottratte o estorte in tempi passati con ricatti e violenza. 

Che succederà ora? Cosa possiamo aspettarci dal voto in Senato (previsto entro il 30 novembre)? “Credo che il governo avesse prima di tutto fretta di avanzare e mettere al sicuro la norma sull’inviolabilità della proprietà privada – afferma Martín –. Poi tornerà all’attacco con la vendita delle terre”.

Il modo di procedere non manca di suscitare perplessità. “Di fatto hanno derogato una legge che non era ancora stata applicata in quanto congelata dal potere giudiziario”, dice ancora.

I partiti di minoranza dovrebbero ricavare una lezione dalla vicenda. “Ci si può unire su un singolo tema e su questo iniziare a costruire un’opposizione – conclude Martín –. Si è perso troppo tempo concentrandosi sugli aspetti più pittoreschi di Milei, senza accorgersi a cosa stava puntando: la fine dello Stato, la dismissione del suo patrimonio e la totale deregolamentazione in campo economico”.