Si muovono in un mondo parallelo, sicuramente con meno ansie e drammi pratici, per quei ritocchi con lo zero davanti, anche i politici, specializzati nel puntare il dito sulle circostanze al di fuori dal loro controllo. E così, se qualcuno si azzarda a coinvolgerli in qualche modo per quanto sta succedendo sul fronte dell’inflazione e del costo della vita, scatta, immediata, la reazione a difesa del proprio operato e il dirottamento delle responsabilità: ieri mattina, chiamato a rispondere - in un’intervista su Radio National - alle ultime considerazioni del Fondo monetario internazionale (FMI) su inflazione e disoccupazione, il ministro del Tesoro Jim Chalmers ha negato che  l’Australia stia ottenendo risultati peggiori rispetto agli altri Paesi, sostenendo che lo stesso rapporto del FMI abbia evidenziato come la “fragile economia globale” sia stata ulteriormente indebolita dal conflitto in Medio Oriente.


Il FMI prevede che l’Australia dovrà affrontare il più forte aumento della disoccupazione tra tutte le economie avanzate e che registrerà uno dei tassi d’inflazione più elevati del mondo sviluppato. L’organizzazione ha invitato i governi a mantenere la disciplina fiscale e a intervenire con urgenza per contenere la crescita incontrollata del debito pubblico.
“Le prospettive economiche mondiali mostrano chiaramente che l’inflazione sta aumentando in tutto il mondo e che i mercati si aspettano rialzi dei tassi d’interesse in tutte le principali economie avanzate”, ha dichiarato Chalmers sottolineando che, nonostante le pressioni internazionali aggravate dalla guerra in Iran “l’Australia sta ottenendo risultati migliori rispetto agli altri Paesi in termini di occupazione, crescita economica e livello del debito in rapporto al Pil”.


Se le canta e se le suona il ministro del Tesoro che, di fronte alla prospettiva di 40 anni di disavanzi di gestione e a previsioni di crescita economica modeste, deve ora affrontare anche le pressioni dei parlamentari indipendenti e dei partiti minori, che lo esortano a “fare sul serio” nella gestione del bilancio e a prestare maggiore attenzione all’impiego del denaro pubblico.
Nel suo ultimo rapporto Prospettive economiche mondiali, il FMI ha ulteriormente rivisto al ribasso le previsioni di crescita economica dell’Australia per il prossimo anno, portandole ad appena l’1,6%. Nel frattempo, le stime relative al deficit delle partite correnti sono state riviste al rialzo: dal 2,3% del Pil previsto nell’ultima rilevazione di aprile al 3,1% del Pil per quest’anno.


Il FMI prevede inoltre che la disoccupazione raggiungerà un picco del 4,7% il prossimo anno, una stima superiore a quella formulata ad aprile, quando si prevedeva che il tasso di disoccupazione si attestasse al 4,3% nel 2027. Nella maggior parte delle altre economie avanzate, invece, si prevede che la disoccupazione diminuirà o rimarrà stabile fino al 2027.
Il FMI ha rivisto al ribasso anche le previsioni sull’inflazione rispetto alle stime precedenti, aspettandosi che la crescita dei prezzi scenda dal 3,9% di quest’anno al 3,1% del prossimo anno. 


Avvisi, allarmi, suggerimenti che non sembrano avere alcun effetto su un responsabile del Tesoro fermamente convinto che sussidi, tagli fiscali, riforme nel nome dell’equità intergenerazionale e maxi-investimenti in campo energetico rimangano risposte adeguate ad una crisi che continua ad alimentare incertezza e preoccupazione. 


Quindi avanti con gli ‘aiuti’ che significano spese extra per fare fronte alle spese extra sul fronte del costo della vita causate dalla linea economico-finanziaria adottata dallo stesso governo. In prima linea per ciò che riguarda l’inflazione i costi energetici alimentati non solo dalla guerra di Trump, ma soprattutto da quella voglia di fare da battistrada nel mondo per ciò che riguarda la salvezza del Pianeta. Decarbonizzare, ridurre (con il traguardo, sponsorizzato dai verdi, di arrivare a farne a meno) dei combustibili fossili, abbattere le emissioni, rendere la ‘nuova economia’ presentata in un saggio-manifesto da Chalmers - sulla falsariga di quanto scritto e promosso da altri ‘progressisti’ internazionali -, una realtà sostenibile.

Propositi quindi da applausi ai convegni internazionali (è andata male per ciò che riguarda l’organizzazione della COP31 ‘vinta’, dopo un lungo braccio di ferro, dalla Turchia che ha lasciato il premio di consolazione, con spesa milionaria, della presidenza dei lavori al ministro dell’Energia Chris Bowen) e, all’insegna del ‘guardate quanto siamo bravi’, minor uso possibile di gas e carbone, ma vendita a Cina e India e riacquisto di beni prodotti grazie a gas e carbone estratti in Australia: dai pannelli solari alle turbine, dalle batterie ai veicoli elettrici, sentendosi orgogliosamente ecologicamente più responsabili e puliti.

Dato che il principio è salvare il Pianeta un ragionamento e una soddisfazione tutta da spiegare tanto più che, anche dal punto di vista ‘matematico’ i conti non tornano: da inserire nell’equazione, infatti, anche i miliardi persi nella compravendita e quelli spesi per smantellare strutture energetiche esistenti e costruire delle nuove andando a devastare vaste aree del Paese con sterminati parchi fotovoltaici e torri eoliche in mare e in terra che,  al contrario di miniere e operazioni di dragaggio marino, miracolosamente non turbano flora e fauna e non mettono mai a rischio rare specie di volatili,  pesci, molluschi ecc.  


I prezzi dell’energia, nonostante le promesse laburiste, sono aumentati anche a causa delle nuove linee di trasmissione che vengono costruite per rendere possibile la transizione energetica, mentre si continuano a finanziare altri costosi progetti d’alternativa (idrogeno verde) con dubbi risultati di fattibilità.                            
La scorsa settimana l’Alta Corte ha confermato il divieto di espandere la miniera di carbone nella Hunter Valley grazie ad una causa mossa nei confronti del governo del New South Wales basato sulle emissioni che saranno prodotte dal carbone una volta esportato. Una prima volta, ma quello che fa sorridere (si fa per dire) è che l’azione legale sia partita dall’Environmental Defenders Office (EDO) sovvenzionato a suon di milioni da Canberra: progetto quindi approvato da un governo statale e bocciato da un ente finanziato da quello federale. L’attento EDO, recentemente, aveva già bloccato l’ampliamento di una miniera d’oro, sempre nel NSW, e ha rallentato o rinviato l’approvazione di altri progetti di sviluppo minerario. 


Inflazione che non abbassa la cresta e governo che continua ad aggrapparsi, in fatto di responsabilità, ai fattori internazionali lasciando un campo sempre più ristretto d’azione alla Banca centrale che, fra qualche settimana, sarà nuovamente chiamata a valutare se concedere un attimo di respiro a milioni di australiani o ricorrere ancora una volta alla valvola monetaria. Molti osservatori, a questo punto, si augurano una pausa, possibilmente prolungata, per mettere al riparo non solo le famiglie, ma l’economia nazionale: un ulteriore aumento dei tassi di interesse potrebbe, infatti, ripercuotersi negativamente su una crescita già precaria. L’obiettivo dichiarato di mantenere la stabilità dei prezzi e contrastare l’aumento dell’inflazione sembra ora scontrarsi con la necessità di non aggravare la situazione. Se ci sarà una pausa a novembre per scongiurare contraccolpi su imprese, famiglie e investitori spetterà ai governi federale e statali darsi da fare e recitare la loro parte in una partita estremamente complessa.


“Le riforme strutturali restano necessarie per sostenere una crescita potenziale più elevata”: la posizione espressa dalla governatrice della Reserve Bank, Michele Bullock, non può rimanere inascoltata. Come non può essere ignorato l’allarme lanciato dal FMI sul contenimento della spesa, con la necessità di abbassare i costi energetici e rendere più flessibile il mondo del lavoro per aumentare la produttività che è il tallone di Achille di un Paese che dà l’impressione di diventare ogni giorno sempre un po’ meno ricco e felice.