Quanto spazio si concedono le donne per desiderare? È la domanda al centro di Desideria, l’incontro organizzato domenica scorsa al Canada Bay Club dalla NIAWA (National Italian Australian Women’s Association) in collaborazione con l’artista Eleonora Pasti, la cui pratica artistica è influenzata dal pensiero femminista e dai temi dell’identità, del desiderio e della dimensione collettiva.
Non una conferenza, ma un salotto: un formato che la NIAWA porta avanti da tempo, pensato per rompere la frontalità tradizionale fra relatore e pubblico. La sala disposta a mezzaluna, lo spazio centrale lasciato libero per i video delle opere di Pasti, e una regola implicita: gli interventi si fanno durante, non alla fine.
A guidare la conversazione, insieme all’artista, sono state Manuela Rispoli e Nadia Fronteddu della NIAWA. Rispoli ha spiegato così la scelta del titolo: “Non ci piaceva il fatto che ‘desiderio’ fosse di genere solo maschile, volevamo aprire i desideri plurali, che fossero delle donne, degli uomini”. Da qui il latino: desideria, plurale neutro, che permette di sottrarre il desiderio a una forma di genere unica.
Il punto di partenza è la constatazione che attraversa un filone teorico contemporaneo, dove il femminismo ha avuto un ruolo centrale: il desiderio, femminile come maschile, non è mai un fatto puramente individuale, ma viene plasmato dal contesto in cui si nasce e si cresce. “Tutti, uomini e donne, subiamo condizionamenti sociali, ambientali, geografici, storici - ha detto Rispoli -. Per le donne è ancora più difficile, perché storicamente ci si è aspettato che stessero al loro posto. Sono state spesso desiderate più che desideranti”.
A dare forma visiva e personale a questa riflessione è stata Pasti, che ha presentato delle sue opere e un video collegato a una sua performance. Fronteddu, nel descrivere l’evento ha detto: “Più ripetevamo la parola desideria, più diventava chiara la sua complessità, quanto è difficile capire cosa desideriamo davvero, e cosa invece abbiamo imparato a volere, a scegliere, a considerare giusto”.
Una delle riflessioni emerse nel salotto è stata quella sul ridimensionamento. “Quella voce che ti dice ‘non fare troppo, non esagerare, stai in un angolo, non essere troppo intensa’ - ha spiegato Fronteddu - a un certo punto ci siamo chieste quante volte facciamo tutto questo senza accorgercene”. Poi riflessioni sul corpo e il modo in cui viene letto dagli altri. “Influisce sul nostro modo di stare al mondo, su cosa ci permettiamo di essere. Eleonora, con le sue opere, ha dato forma a cose che facciamo fatica a dire: quanto del nostro desiderio è davvero nostro, e quanto è della società che ci circonda. Abbiamo parlato di figli, di matrimonio, di tanti argomenti. È stato un evento molto bello e intenso”, ha concluso Fronteddu.
La conferenza ha attirato un pubblico eterogeneo, anche se particolarmente presente era il gruppo delle donne della NIAWA, molte delle quali portatrici di una memoria legata al cucito e alle pratiche tessili tramandate nel tempo, e questo è emerso anche come punto di contatto con l’artista che utilizza proprio questo mezzo per realizzare le sue opere. “È un linguaggio che le donne conoscono bene, mi hanno chiesto quanto tempo avevo impiegato a fare le sculture. Da lì è partito un dialogo”, ha raccontato l’artista, che ha mostrato le sue opere a un pubblico che, incuriosito, ha partecipato attivamente alla discussione con domande e osservazioni.
Desideria non è un evento isolato per la NIAWA, che nel 2025 ha compiuto quarant’anni d’attività come prima associazione femminile italiana in Australia. Rispoli ha tenuto a precisare che fa parte di un percorso: “Quando i tempi cambiano, anche la NIAWA si evolve. Ma i salotti sono sempre stati spazi pensati così, per aprire riflessioni”.
Quello che è emerso, in fondo, è anche la difficoltà di raccontare l’incontro: un momento di condivisione e di intimità, in cui le emozioni si sono alternate al pensiero. Un confronto fra menti distanti forse per generazione, ma vicine in una stessa ricerca, quella che Rispoli, ha richiamato con il concetto platonico di ‘daimon’: inteso come la forza interiore che orienta il desiderio e il percorso individuale, e che resta sempre, per uomini e donne, la cosa più difficile da scoprire sotto gli strati di ciò che ci è stato insegnato a volere: cosa desideriamo davvero al di là delle aspettative che la società ci impone?