WASHINGTON - L’Iran “ha molta voglia di fare un accordo”, ma gli Stati Uniti “non sono ancora soddisfatti”.
Con queste parole il presidente Usa Donald Trump ha aperto la dodicesima riunione di gabinetto del suo secondo mandato, dettando le condizioni di Washington nel braccio di ferro con Teheran. “Saremo soddisfatti o, in alternativa, dovremo finire il lavoro” ha concluso il capo della Casa Bianca
Trump ha respinto con forza l’idea che la Repubblica Islamica possa giocare sul fattore tempo per spuntare condizioni migliori in vista delle elezioni statunitensi di metà mandato a novembre: “Pensavano di potermi mettere fretta dicendo ‘aspettiamo i midterm’. A me non interessano le elezioni di midterm. Guardate cosa è successo ieri sera in Texas con la vittoria di Ken Paxton nelle primarie repubblicane per il Senato: è stato un preludio, la gente capisce”.
Il riferimento del presidente è al ballottaggio delle primarie repubblicane in Texas, dove il procuratore generale dello Stato Ken Paxton (tormentato da accuse di corruzione ma blindato dall’endorsement dell’ultimo minuto di Trump) ha travolto con il 64% dei voti il senatore uscente John Cornyn.
La strategia di Washington, per il conflitto in Medio Oriente, resta quella della massima pressione, facendo leva sul collasso interno dell’Iran. Trump ha citato il ripristino dell’accesso a Internet in Iran come un sintomo di debolezza del regime, descrivendo un Paese con “l’intero sistema economico in crisi, una valuta senza valore e un’economia in caduta libera”.
Secondo il presidente statunitense, Teheran si trova con le spalle al muro: “Tutto in Iran è scomparso, Marina e Aeronautica incluse. Stanno negoziando solo su quel che è rimasto, non credo abbiano scelta”. Il tycoon ha poi ribadito il dogma invalicabile della linea statunitense: l’Iran non potrà mai avere un’arma nucleare, aggiungendo che l’azione degli Usa viene condotta “anche per conto del resto del mondo”.
In un successivo e breve colloquio telefonico con Pbs News, il presidente ha escluso categoricamente qualsiasi concessione: “Nessun allentamento delle sanzioni in cambio della rinuncia al materiale nucleare. No, assolutamente no”.
Parallelamente alle dichiarazioni incendiarie del presidente, la Casa Bianca ha stroncato sul nascere le indiscrezioni circolate nelle ore precedenti. La televisione di Stato di Teheran aveva infatti diffuso la bozza di un presunto memorandum d’intesa (ribattezzato dai media “accordo di Islamabad”) per porre fine alle ostilità e ripristinare la navigazione commerciale.
Secondo la versione iraniana, il documento prevedeva l’impegno statunitense ad alleggerire il blocco dei porti e a ritirare parte delle forze militari dalle aree limitrofe. In cambio, Teheran avrebbe garantito il ripristino entro un mese del traffico navale nel Golfo Persico e nel Golfo di Oman ai livelli prebellici. Lo Stretto di Hormuz, tuttavia, non sarebbe stato riaperto del tutto: la gestione del transito sarebbe rimasta sotto il controllo congiunto di Iran e Oman, escludendo esplicitamente le navi militari statunitensi dalle tutele dell’intesa.
La smentita di Washington è stata immediata e categorica. Attraverso il profilo ufficiale X della Casa Bianca e l’account Rapid Response vicino all’amministrazione, la presidenza statunitense ha bollato il documento come un falso totale: “Questo rapporto dei media controllati dall’Iran non è vero e il Memorandum d’intesa che hanno ‘pubblicato’ è una totale invenzione. Nessuno dovrebbe credere a ciò che diffondono. I fatti contano”.
Libero dalle scadenze elettorali e convinto della superiorità della propria posizione, Trump ha approfittato della riunione di gabinetto per tracciare un bilancio trionfale della sua politica interna ed estera, vantando i record storici di Wall Street, il calo “a zero” degli ingressi dei migranti illegali, la riduzione del tasso di omicidi e i successi nel contrasto al traffico di droga, con una contrazione del traffico di Fentanyl pari al 61% via terra e al 97% via mare, oltre alla flessione dei prezzi dei farmaci e al boom dell’occupazione. Un quadro di forza domestica che, nei piani della Casa Bianca, serve a dimostrare a Teheran che gli Stati Uniti non hanno alcuna fretta di cedere sui tavoli negoziali del Medio Oriente.