La nostalgia abita a lungo nel silenzio di chi ha dovuto misurare il confine invisibile che separa il desiderio di riscatto dalla vertigine profonda dello sradicamento. Esiste una traiettoria umana, acrobatica e dolorosa, che unisce la Sicilia rurale dei primi anni Ottanta alle distese infinite di quella Terra Rossa posta sotto i nostri piedi, un continente mitico che per intere generazioni ha rappresentato al contempo l’Eden dell’abbondanza e il labirinto dell’isolamento. A riannodare i fili di questa memoria quarantacinque anni dopo è Pasquale Musarra, oggi psicologo clinico e psicoterapeuta in pensione che da Misterbianco custodisce i frammenti di un’epopea che – in parte - non esiste più, ma che rivive intatta nelle pagine ingiallite di un diario di viaggio del gennaio dei primi anni Ottanta e tra le righe di una tesi di laurea pionieristica, discussa all’Università di Padova nel 1983, dal titolo Emigrazione italiana in Australia, tra integrazione e subalternità.
Musarra partì per l’Australia nell’81 per studiare l’emigrazione italiana sul campo, raccogliendo dati, testimonianze, impressioni e documenti che sarebbero poi confluiti nella sua tesi di laurea. Un lavoro che lo portò a incontrare istituzioni, studiosi e figure centrali del multiculturalismo australiano, dall’Australian Institute of Multicultural Affairs al Mental Health Research Institute del Victoria, dall’Istituto Italiano di Cultura di Melbourne al Co.As.It., fino a personalità come Frank Galbally e Giovanni Sgrò.
“Il mio interesse per l’Australia era nato ancora prima del matrimonio”, racconta Musarra, sposato con un’australiana di origine italiana di terza generazione, con nonni materni bresciani e nonni paterni casertani emigrati nel 1925, “perché in quel periodo l’Australia rappresentava per me una sorta di continente mitico, straordinario, ma poi, conoscendo la famiglia di mia moglie e ascoltando i racconti dei nonni emigrati, capii che dietro quell’immaginario c’era una realtà umana enorme, ancora poco studiata in Italia”.
Fu così che cominciò a cercare materiali tra Catania, Padova e Roma, scoprendo che sull’emigrazione italiana in Australia esisteva ancora poco, troppo poco (almeno in Italia), e decidendo quindi di affrontare quel viaggio che allora aveva ancora il sapore dell’epopea. “Trentotto ore”, ricorda, “senza voli diretti, con tappe intermedie, davvero un altro mondo rispetto ai viaggi di oggi”.
Nel manoscritto Cronaca di un viaggio nel tempo, Musarra rievoca il primo impatto con quella “Terra Rossa che custodisce misteri e leggende straordinarie”, il volo sopra un continente vastissimo, “un’immensa distesa di sabbia rossa, qualche macchia di foresta di eucalipti e niente più”, e poi l’arrivo in un’Australia che ai suoi occhi di giovane siciliano appariva insieme remota e stranamente familiare, tanto che a Sydney, davanti ai volti e alle parlate degli italiani incontrati già in aeroporto, gli sembrò quasi di essere tornato a Fontanarossa (Catania).
L’impressione più forte, quella che ancora oggi conserva intatta, fu l’efficienza di un Paese che pareva costruito per funzionare: “Sembrava un paradiso efficiente: tutto pulito, organizzato, funzionale”, dice, ricordando gli ospedali, l’assistenza, i servizi, i grandi centri commerciali che in Sicilia, nel 1981, ancora non esistevano. E tuttavia, dietro l’ordine urbano, le villette senza cancelli, i prati curati, i grandi shopping centre e le autostrade, Musarra scorse subito l’altra Australia, quella degli italiani che avevano lavorato per decenni nelle fabbriche, nei campi, nei cantieri, nelle attività commerciali, costruendosi una sicurezza materiale spesso pagata con una frattura emotiva profonda.
“Gli emigrati della prima generazione avevano un legame fortissimo con la terra d’origine”, racconta, “bastava poco perché si commuovessero: gli occhi si riempivano di lacrime quando parlavano dell’Italia, dei paesi lasciati, delle famiglie. Era una generazione devastata dalla nostalgia”. Nel diario quella nostalgia passa soprattutto attraverso la tavola, i racconti dopo pranzo, il vino, le feste patronali ricostruite e riproposte, i dialetti, i cibi regionali e i Club, che Musarra definisce “cattedrali laiche dell’emigrazione”, luoghi in cui non si adoravano soltanto santi e tradizioni, ma la memoria stessa della terra d’origine.
“C’era una volontà fortissima di ricostruire l’Italia in Australia, dai dettagli più piccoli, come la tazzina del caffè, la pasta fatta in casa, fino alle grandi feste religiose e popolari. I Club italiani erano luoghi identitari, culturali, sociali: ci si ritrovava lì per parlare il dialetto, mangiare i piatti della propria regione, organizzare feste e mantenere vive le tradizioni”. E sappiamo benissimo che, nonostante oggi queste realtà stiano attraversando un momento difficile, continuano a rappresentare lo scrigno della memoria e dell’identità tricolore.
In una delle pagine più vivide del manoscritto, Musarra racconta un cartellone affisso in un Club dove si annunciava una festa di San Nicola con castrato alla brace, salsicce al finocchietto selvatico, maccheroni fatti in casa, pomodorini di Pachino, pepato di Randazzo, tornei di bocce e pallavolo, fuochi d’artificio e una replica della statua di San Nicola di Adrano: un’Italia miniaturizzata e ricomposta Down Under, e – in altre parole - la risposta comunitaria alla perdita.

Una lettera inviata da Giovanni Sgrò a Frank Galbally.
Proprio qui si colloca il nucleo più profondo della sua ricerca, sintetizzato nel titolo della tesi, subalternità ed integrazione, due parole che ancora oggi restituiscono la complessità di una comunità italiana capace di lavorare, prosperare e farsi spazio nella società australiana, ma anche segnata, nella prima generazione, da isolamento e sofferenza. “Il punto centrale era capire se gli italiani si stessero davvero integrando oppure se vivessero una condizione di subalternità sociale e culturale”, afferma Musarra, “perché l’emigrazione australiana era molto diversa da quella europea: in Germania o in Belgio eri lontano da casa, ma potevi ancora tornare facilmente, mentre l’Australia era dall’altra parte del mondo, e tutto veniva amplificato, la distanza, la nostalgia, quella sensazione di spaesamento”.
Da futuro psicologo, Musarra osservò anche le ferite meno visibili di quella migrazione, incontrando strutture sanitarie e istituzioni impegnate sui problemi di salute mentale degli immigrati italiani nel Victoria. In una certificazione del Mental Health Research Institute, datata 1° marzo 1982, si attesta la sua visita per discutere the mental health problems of Italian immigrants in Australia, mentre un altro documento dell’Australian Institute of Multicultural Affairs, firmato da Frank Galbally il 2 marzo 1982, riconosce il suo interesse e la sua conoscenza dello sviluppo multiculturale australiano e dell’emigrazione italiana.

La documentazione fornita dal Mental Health Research Institute in cui viene accertata la natura della visita di Pasquale Musarra.
“Le difficoltà iniziali spesso diventavano problemi enormi”, ricorda oggi Musarra, “la solitudine si trasformava in depressione; la depressione, nei casi peggiori, in malattia cronica. Visitai anche un ospedale psichiatrico a Melbourne dove erano ricoverati italiani della prima generazione che non erano riusciti a integrarsi nel contesto australiano”. Ma la subalternità non fu l’unica storia: accanto al dolore c’erano il lavoro, l’ascesa sociale, il sacrificio dei padri e delle madri per i figli, una tenacia che avrebbe permesso alle generazioni successive di diventare pienamente integrate senza cancellare del tutto l’origine italiana. “Il lavoro era il centro della loro esistenza. Molti emigrati vivevano con un unico obiettivo: garantire ai figli ciò che loro non avevano avuto. E infatti oggi la seconda e terza generazione è composta da grandi professionisti perfettamente integrati nella società australiana”.
Tra le testimonianze più preziose raccolte nel suo diario c’è poi quella linguistica, l’“Italo-Australiano”, una lingua ibrida, nata dall’urgenza e dalla sopravvivenza, in cui il dialetto italiano e l’inglese australiano si incontravano in forme spontanee e spesso sorprendenti: “Giorgio vive in una casa a Doncasta. È un poco farauei dalla siti, ma lui ha il carro, quindi non ci è il problema”, scrive Musarra nel manoscritto, trascrivendo una parlata in cui “carro”, “bricchi”, “beccaiarda”, “muver”, “frigider”, “sciava”, “hitta”, “carpette vol tu vol”, “contrì”, “taim” e “rait” non sono errori, ma tracce di adattamento, segni di una vita attraversata da due mondi. “Era la trasformazione linguistica della nostalgia: da una parte c’era il dialetto italiano, dall’altra la necessità quotidiana di parlare inglese. Da questo incontro nasceva una lingua ibrida che raccontava perfettamente la condizione dell’emigrato: sospeso tra due mondi. Era una lingua della necessità, ma anche dell’identità”, spiega Musarra.
Quando scrisse quelle pagine, Musarra pensava che quella parlata sarebbe scomparsa insieme alla prima generazione, sostituita dall’inglese delle seconde e terze generazioni; eppure, come spesso accade nelle comunità diasporiche, certi frammenti linguistici resistono più a lungo del previsto, sopravvivendo nelle comunicazioni familiari, nei Club, nei documenti informali – persino nelle note dei nostri lettori che riceviamo qui in redazione.
Anche la vita personale di Musarra, del resto, è rimasta legata a quella doppia appartenenza: i suoi figli sono cresciuti tra Italia e Australia, la moglie continua a tornare periodicamente nel Paese d’origine della sua famiglia, e lui stesso, nel 2005, quando il figlio si trasferì in Australia per due anni, riprese contatti con strutture psichiatriche di Melbourne, accarezzando l’idea di portare lì la propria esperienza professionale.
A più di quarant’anni da quel viaggio, quella tesi rilegata in rosso che Musarra ha rispolverato e fieramente fotografato, i certificati istituzionali, le pagine del diario e le trascrizioni dell’Italo-Australiano non rappresentano soltanto l’archivio privato di un ex studente diventato psicoterapeuta, ma una testimonianza, rara, su una stagione cruciale della presenza italiana in Australia, quando il multiculturalismo cominciava a prendere forma istituzionale e la comunità tricolore, già forte, laboriosa e visibile, portava ancora dentro di sé le ferite profonde della partenza.
Per noi de Il Globo, un giornale nato proprio per raccontare gli italiani d’Australia, la storia di Pasquale Musarra assume il valore di un ritorno: quello di un manoscritto che oggi chiede di essere letto non solo come diario di viaggio, ma come documento sociale, culturale e umano di un’emigrazione che ha cambiato l’Australia e, allo stesso tempo, ha trasformato per sempre il modo di essere italiani fuori dall’Italia.