MILANO - L’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto dovrà fermarsi entro 90 giorni. Lo ha stabilito la Corte d’appello di Milano, sezione specializzata in materia d’impresa, in un provvedimento che ordina la sospensione dell’attività produttiva degli impianti, rilevando la presenza di amianto e il problema delle emissioni di polveri sottili. 

La decisione riguarda Ilva, Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding, tutte in amministrazione straordinaria.  

Il decreto, firmato dalla giudice Marianna Galioto, assegna alle società 90 giorni dall’ultima comunicazione del provvedimento per completare, in condizioni di sicurezza, le operazioni di sospensione dell’area a caldo, sotto la sorveglianza dell’autorità di controllo. 

La Corte rimette a gestori e proprietaria degli impianti la possibilità di chiedere la ripresa dell’attività solo dopo avere rimosso integralmente l’amianto ancora presente e adottato le misure necessarie per riportare le emissioni di polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di sei milioni di tonnellate all’anno. 

Per i giudici, la rimozione totale dell’amianto è “l’unica prescrizione adeguata a scongiurare la dispersione di polveri e fibre” e quindi “l’unica misura idonea” a evitare un “pericolo grave e rilevante per la salute umana”. Il provvedimento conferma nella sostanza il giudizio precedente del Tribunale e considera la questione non più rinviabile. 

La Corte sottolinea che gli impianti e il sistema produttivo sono “rimasti immutati da decenni”, elemento che confermerebbe la permanenza del rischio attuale a causa del progressivo deterioramento dello stabilimento. Nel provvedimento si dà atto che sono già stati smaltiti 6.780 chilogrammi di amianto, ma si rileva anche che oltre 2.000 chili restano ancora inglobati negli impianti, in particolare nei cowper. 

L’amianto avrebbe dovuto essere rimosso entro il 23 agosto 2026, ma nel 2023 il gestore aveva chiesto una rimodulazione del cronoprogramma, prospettando che una parte potesse rimanere nella sede originaria fino alla fine della vita degli impianti. Per la Corte, però, ulteriori proroghe non sono consentite. 

Dopo il decreto, Giorgia Meloni ha convocato d’urgenza una riunione a Palazzo Chigi. In una nota, il governo sottolinea che la decisione comporterà di fatto la chiusura entro 90 giorni degli impianti essenziali alla capacità produttiva dello stabilimento, dove è impiegata la maggior parte dei lavoratori di Acciaierie d’Italia. 

Palazzo Chigi osserva inoltre che il provvedimento arriva mentre era prossima la formalizzazione dell’accordo per la cessione dell’intero complesso industriale a un primario operatore siderurgico. Alla riunione hanno partecipato, tra gli altri, i ministri Marina Calderone, Tommaso Foti, Giancarlo Giorgetti, Gilberto Pichetto Fratin e Adolfo Urso, insieme ai sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. 

Il governo confermerà comunque lo stanziamento di un’ulteriore tranche del prestito necessaria ad assicurare la continuità operativa dell’azienda, in attesa del perfezionamento della cessione con riferimento all’area a freddo. 

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha annunciato “ulteriori 100 milioni a favore dell’amministrazione straordinaria di Ilva” per completare il percorso di cessione delle attività, che ora dovrà essere circoscritto all’area a freddo e aggiornato alla luce del provvedimento.  

“Le sentenze sono sentenze, valgono per tutti”, ha detto Giorgetti, sottolineando che “la sentenza sembra chiara con l’ordine di fermare l’area a caldo, e questo è un fatto su cui stiamo ragionando”. 

Il ministro ha aggiunto che la decisione “stravolge” la fase di cessione, che era vicina a una definizione, e rende ancora più rilevante il confronto con i sindacati previsto per domani.