TARANTO - Tregua sui 2.500 licenziamenti dell’indotto dell’ex Ilva di Taranto: Aigi e Aepi, che raccolgono le imprese che gravitano attorno al polo siderurgico, hanno acconsentito alla richiesta del governo di sospenderli.

Ma è una tregua breve, durerà finché non si capirà il destino dell’area a caldo, cioè fino alla sentenza della Corte d’Appello di Milano che deciderà sull’istanza di sospensiva presentata da Acciaierie d’Italia e Ilva per il decreto di fermata.

Intanto, il governo apre alla possibilità di una partecipazione pubblica a patto, però, che ci sia un piano industriale solido. È quanto è emerso dall’incontro a Palazzo Chigi che, presieduto dal sottosegretario Alfredo Mantovano, ha impegnato l’esecutivo in tre round per un totale di quasi sei ore: prima gli enti locali, poi le associazioni datoriali, infine i sindacati.

Insieme a Mantovano, una fitta pattuglia di ministri: delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, degli Affari europei, le Politiche di coesione e il Pnrr, Tommaso Foti, la ministra del Lavoro, Marina Calderone, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Politiche per il Sud, Luigi Sbarra, e il consigliere per i rapporti con le parti sociali Stefano Caldoro.

Il passaggio è delicatissimo, la situazione spinosa. Domani è prevista l’udienza di fronte al tribunale meneghino (la decisione finale non dovrebbe tardare di molto ad arrivare). “Nel caso la Corte confermasse il decreto di sospensione dell’area caldo - assicura Mantovano - l’intenzione del governo è provare a trasformare una situazione complicata e difficile in un’occasione per il rilancio dell’area”.

Il primo passo è lo stop temporaneo ai licenziamenti, con un richiamo alla responsabilità “a cui non ci siamo potuti sottrarre, di fronte anche alle garanzie sulla continuità produttiva e di un nuovo tipo di acciaio green e forni Dri”, ha detto Nicola Convertino, presidente di Aigi; cui fanno eco le parole del presidente di Aepi, Mino Dinoi: “Avere l’unità verso un appello del governo di sospendere i licenziamenti è anche un atto di apertura da parte nostra, perché il nostro obiettivo non era licenziare ma far arrivare il grido di allarme che c’è a Taranto”.

L’incertezza tuttavia rimane, e i metalmeccanici sono inquieti. Il confronto tra esecutivo e tute blu sconta quelle che fonti sindacali hanno definito “forti tensioni”, dovute allo stallo sulle differenti posizioni in merito alla vicenda dell’acciaieria, che portano a una pausa di circa un’ora. Alla fine non si trova la quadra, ma si mette il tavolo in standby: entro un paio di giorni, quindi dopo l’udienza della Corte d’Appello, ci sarà un aggiornamento. Più tempo, quindi, per fare degli “approfondimenti”, spiega il segretario Uilm, Davide Sperti.

“Siamo stati a un passo dalla rottura, i due giorni presi dal governo sono necessari a trovare gli strumenti nel caso in cui la magistratura confermasse di chiudere l’area a caldo”, dice il leader Fiom, Michele De Palma. E gli strumenti, i sindacati lo dicono con chiarezza, devono tutelare i lavoratori: “Per ora i licenziamenti sono solo sospesi, per noi il blocco dei licenziamenti è fondamentale”, dichiara Ferdinando Uliano, segretario generale Fim.

Il governo “non è rassegnato” anche se la situazione è difficile, e Mantovano indica tre direttrici su cui lavorare anche nell’eventualità in cui il tribunale meneghino dovesse confermare la sospensione: le prospettive della gara per individuare il nuovo acquirente e la valutazione del piano industriale che sarà presentato; l’individuazione di misure di carattere sociale, dalla Cigs a percorsi di esodo incentivati; lo sviluppo dei progetti di reindustrializzazione, e quindi di assorbimento degli eventuali esuberi, non solo per i dipendenti Ex Ilva ma anche delle aziende dell’indotto.