BOLOGNA - Abderrahim Fakir, il 42enne morto a Bologna il 19 luglio scorso mentre due poliziotti lo stavano immobilizzando, non aveva problemi pregressi al cuore.
È quanto emergerebbe dagli esami preliminari eseguiti sull’organo dell’uomo mentre si attende - ci vorranno ancora alcune settimane - la relazione conclusiva della sua autopsia. Intanto, a dare la sua ricostruzione di quanto accaduto quella domenica mattina al quartiere Pilastro è il 37enne che ha aiutato i due agenti a bloccare Abderrahim, tenendogli i piedi.
In un’intervista rivela che ora vive “recluso” da un amico e medita di lasciare il Paese dopo essere stato minacciato. Gli esami preliminari sul cuore di Abderrahim Fakir sono uno dei passaggi della consulenza tecnica medico legale disposta dalla Procura bolognese, che indaga sulla morte del 42enne nell’ambito di un fascicolo modello 45 bis, che vede i due agenti di polizia e i quattro soccorritori iscritti nel registro delle annotazioni preliminari. Tra gli specialisti a cui i pm hanno affidato l’incarico di chiarire le cause del decesso c’è Cristina Basso, anatomopatologa e direttrice dell’unità operativa di patologia cardiovascolare di Padova, dove si sono svolte le operazioni, alla presenza dei consulenti di parte.
Dall’autopsia sul corpo del 42enne, eseguita il 24 luglio, erano emersi come elementi principali la presenza di sangue vivo nei polmoni e uno schiacciamento. Ma su cosa abbia causato la morte di Abderrahim c’è ancora da far luce. Per la relazione conclusiva degli esami bisogna infatti attendere alcune settimane. Mentre mancano ancora gli esiti delle analisi tossicologiche e istologiche eseguite sul corpo.
A poco più di un mese un altro racconto si aggiunge al mosaico di voci, e di immagini, su quei momenti drammatici di domenica 19 luglio. È quello del 37enne che si vede in diversi filmati aiutare gli agenti a immobilizzare il 42enne, tenendogli i piedi. Originario dell’Est Europa, l’uomo - che chiede di restare anonimo - ha ricevuto minacce e si dovuto allontanare dal quartiere Pilastro, dove torna di notte, di nascosto, per andare a trovare la madre.
“Stavo dormendo - racconta in un’intervista all’edizione online di Repubblica - e alle 10.45 sono stato svegliato da un uomo che urlava e stava male. Non avevo mai incontrato Fakir ma quando mi sono affacciato ho visto che si stava facendo male, sbattendo la testa nello spigolo delle scale del cortile. Dopo sono arrivati gli agenti, provavano a tranquillizzarlo. Non ho visto cattiveria. Lui però era agitato, in stato di sofferenza fisica. Allora i poliziotti, vedendomi dalla finestra, mi hanno chiesto di portare per lui un po’ d’acqua”.
Poi “è arrivata una macchina, lui l’ha urtata e poi si è buttato verso l’auto e poi verso il guidatore. Ma semplicemente perché non stava in piedi. I poliziotti, per evitare il peggio, lo hanno fermato”. “Le forze dell’ordine hanno chiesto a me, in modo spontaneo, di aiutarli: tenendolo fermo per bene dato lui che non si calmava”, “ero lì per caso e non avrei mai pensato che Fakir potesse morire”.