GENOVA - Venticinque anni dopo, Genova torna a fare i conti con il G8 del 2001, con le violenze di piazza, la morte di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz e le torture nella caserma di Bolzaneto. Fino al 21 luglio la città ospita mostre, spettacoli teatrali, dibattiti e tre manifestazioni di piazza, in un anniversario che non vuole essere soltanto commemorazione, ma anche riflessione sull’eredità politica e civile di quei giorni. 

A riaprire il discorso è stato anche Enrico Zucca, il magistrato simbolo dei processi sul G8, che alla vigilia del pensionamento ha raccontato di avere incontrato, da procuratore generale, “funzionari dotati di quella sensibilità, di quella capacità e di quella serietà che fanno capire che un’altra polizia è possibile”. Parole che arrivano a un quarto di secolo da quello che Amnesty International definì “la più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un Paese occidentale nel secondo dopoguerra”. 

Il 20 luglio 2001, mentre migliaia di manifestanti pacifici arrivati da tutta Italia e dall’estero contestavano il vertice delle grandi potenze, nel centro della città entrarono in azione i cosiddetti Black Bloc, che si resero responsabili di devastazioni, assalti a banche e auto incendiate.  

La risposta delle forze dell’ordine fu caotica, e colpì con violenza anche cortei autorizzati e manifestanti pacifici, fino alla carica contro il grande corteo delle tute bianche in via Tolemaide e dei pacifisti della Rete Lilliput in Piazza Manin. 

Quel giorno, in piazza Alimonda, morì Carlo Giuliani, 23 anni, ucciso da un colpo di pistola dal carabiniere Mario Placanica. Poi arrivarono l’irruzione alla scuola Diaz, dove decine di manifestanti che dormivano furono picchiati e arrestati sulla base di accuse false, e le violenze nella caserma di Bolzaneto, riconosciute dalla Corte europea dei diritti dell’uomo come torture. 

Il bilancio giudiziario ha lasciato una memoria complessa e dolorosa. Nel 2012 la Cassazione ha condannato in via definitiva per falso 15 funzionari di polizia per avere coperto gli agenti responsabili delle violenze alla Diaz con false prove e false accuse nei confronti dei manifestanti arrestati.  

Tuttavia, molti reati legati ai pestaggi finirono prescritti, e nel processo per Bolzaneto gran parte delle contestazioni si estinse prima delle condanne definitive, pur con il riconoscimento delle responsabilità per diversi agenti e medici imputati. Sul fronte dei manifestanti, dieci persone furono condannate per devastazione e saccheggio con pene tra i 6 e i 14 anni. 

Tra le voci che tornano in questi giorni c’è quella di Marco Poggi, l’infermiere penitenziario che denunciò le violenze viste a Bolzaneto e divenne uno dei testimoni chiave del processo. “Non si poteva stare zitti”, racconta, ricordando di aver visto “perpetrare violenze gratuite e danni fisici a ragazzi inermi”. Poggi, 77 anni, ricorda ancora immagini “nitide” e dice che rifarebbe la stessa scelta: “Denuncerei ancora, lo rifarei anche adesso immediatamente”. 

L’ex infermiere sottolinea di avere parlato anche perché “sono genitore” e quei ragazzi, dice, “li ho tutti nel cuore”. Ma il suo giudizio resta amaro: “Se non avessi parlato non avrebbero avuto giustizia, anche se non l’hanno avuta a pieno visto che chi doveva essere punito è stato promosso”.  

A distanza di 25 anni parla anche Mario Placanica, l’ex carabiniere ausiliario che sparò il colpo che uccise Giuliani. “È come se fossi morto anche io a Genova”, dice. All’epoca aveva vent’anni e un breve addestramento all’ordine pubblico. Ricorda una situazione di “grave pericolo” e il Defender dei carabinieri isolato nella piazza: “Io ho sparato per allontanarli, non per colpire. Non possiamo dire che è stato un incidente perché è una cosa che non doveva accadere”, afferma.