WASHINGTON - A dieci giorni dall’inizio delle ostilità, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a inviare segnali contraddittori sulla durata del conflitto. In una giornata scandita da dichiarazioni opposte, l’orizzonte della guerra resta incerto, mentre l’Iran chiude drasticamente la porta a ogni ipotesi di negoziato.
Nella sua prima conferenza stampa dall’inizio dell’offensiva congiunta con Israele, Trump ha inizialmente ostentato sicurezza, affermando che la guerra “finirà molto presto” poiché le forze iraniane avrebbero ormai perso “leadership e risorse”. Queste parole, anticipate da un’intervista alla Cbs in cui dichiarava la missione “praticamente completata” e in anticipo di settimane sui programmi, avevano inizialmente rassicurato i mercati, portando a un calo del prezzo del petrolio.
Tuttavia, dopo la chiusura delle borse, il tono del tycoon è tornato aggressivo. Davanti ai legislatori repubblicani in Florida, Trump ha corretto il tiro: “Abbiamo vinto in molti modi, ma non abbastanza”. Ai giornalisti che chiedevano se il conflitto si sarebbe concluso entro la settimana, il presidente ha risposto con un secco “No”, aggiungendo che l’attacco statunitense potrebbe diventare “ancora più aggressivo” se Teheran o i suoi alleati tenteranno di bloccare le rotte energetiche mondiali.
Il nervosismo della Casa Bianca è alimentato dall’impennata dei prezzi del gasolio negli Stati Uniti, una crisi che sta spazientendo la base elettorale di Trump. Teheran ha alzato la posta, chiarendo che lungo lo Stretto di Hormuz colpirà selettivamente solo le petroliere statunitensi e israeliane. La risposta di Trump è stata durissima: “Li colpiremo così forte che non sarà possibile per loro, né per chiunque li aiuti, recuperare mai quella parte del mondo”.
La replica iraniana non si è fatta attendere e ha spento ogni spiraglio diplomatico. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato che i colloqui con gli Stati Uniti “non sono più all’ordine del giorno” e che il Paese è pronto a continuare i raid missilistici finché sarà necessario.
Ancora più espliciti sono stati i vertici militari. “Siamo noi a determinare la fine della guerra”, hanno dichiarato le Guardie della Rivoluzione, sfidando la narrativa di Washington. Mentre Ali Larijani, capo del Consiglio di Sicurezza nazionale ha replicato via social alle minacce di Trump con un sinistro avvertimento: “State attenti a non essere voi a scomparire”.
Mentre la diplomazia tace, le armi continuano a parlare in tutto il Medio Oriente. Gli Emirati Arabi hanno denunciato un raid iraniano contro il proprio consolato nel Kurdistan iracheno, confermando l’intercettazione di droni e missili diretti verso la struttura.
La Turchia, invece, ha deciso di schierare i sistemi di difesa Patriot lungo i confini dopo che l’ultimo missile balistico iraniano ha violato lo spazio aereo turco prima di essere abbattuto dalla Nato.