Quando una famiglia sceglie di sostenere la cultura, raramente compie soltanto un gesto di generosità. Più spesso, anche senza dirlo, racconta qualcosa di sé: il modo in cui guarda al passato, il valore che attribuisce alla memoria, la responsabilità che sente verso chi verrà dopo. È in questa chiave, più che in quella della donazione, che va letta la scelta della famiglia Pellicano di sostenere la mostra Rome: Empire, Power, People al Melbourne Museum. Perché non tutte le iniziative culturali nascono da un calcolo, né tutte le forme di sostegno hanno bisogno di essere interpretate come operazioni d’immagine. Alcune, semplicemente, affondano le radici in una storia familiare lunga, discreta e tenace. 

Come una famiglia che, a quasi sessant’anni dalla fondazione della propria attività, continua a considerare il successo non come un punto d’arrivo, ma come una responsabilità.

La vicenda imprenditoriale dei Pellicano è nota. Fondata nel 1967 dai fratelli Frank e Nunzio Pellicano come impresa di muratori, l’azienda è cresciuta fino a diventare una realtà di primo piano nel settore immobiliare e delle costruzioni, mantenendo però una struttura profondamente familiare e una cultura aziendale costruita attorno ai rapporti umani. Oggi il gruppo opera in diversi segmenti del mercato e impiega centinaia di persone, ma continua a definirsi prima di tutto un’impresa fondata sui valori trasmessi dai fondatori. 

Al di là delle cifre, tuttavia, ciò che colpisce nelle parole di Renato Pellicano, Managing Director dell’azienda, e di suo padre Nunzio, è la naturalezza con cui collegano il sostegno alla mostra non a una strategia di comunicazione, ma a un percorso familiare.

Renato lo dice con chiarezza: “La decisione è nata prima come scelta della famiglia che come iniziativa aziendale”. Una distinzione che può sembrare sottile, ma che in realtà racconta molto. Perché quando un gesto nasce in famiglia, attorno a un tavolo, attraverso ricordi condivisi e sensibilità maturate nel tempo, assume un significato diverso. Dietro questa scelta, infatti, si intravede un dialogo tra generazioni.

Da una parte c’è Nunzio Pellicano, emigrato dall’Italia a 13 anni, portando con sé il ricordo di una terra che non ha mai smesso di sentire propria. Dall’altra ci sono i figli e i nipoti, cresciuti in Australia ma educati a considerare le proprie radici non come un elemento folkloristico, bensì come una parte integrante della propria identità.

È una storia che Renato condivide. “Sono cresciuto sentendo mio padre parlare con passione dell’Italia”, spiega. Un racconto costante, fatto di memoria, appartenenza e gratitudine. Da un lato l’amore per il Paese lasciato alle spalle, dall’altro il riconoscimento per le opportunità che l’Australia ha offerto alla famiglia. Due dimensioni che, anziché entrare in conflitto, hanno finito per rafforzarsi a vicenda.

In questo contesto, il sostegno alla mostra dedicata a Roma appare quasi una conseguenza naturale. Non una scelta studiata a tavolino, ma il risultato di una sensibilità maturata nel tempo. Renato racconta che il primo contatto con il progetto è arrivato attraverso Ronda, che ha presentato alla famiglia l’iniziativa e gli obiettivi della mostra. 

Da lì, la decisione è maturata rapidamente. A coglierne immediatamente il valore è stata soprattutto la madre, da sempre profondamente legata al mondo della cultura e delle arti. “Mia madre è sempre stata una vera amante delle arti e della cultura”, racconta Renato, ricordando come sia stata proprio lei a riconoscere fin dall’inizio la sintonia tra il progetto e la storia della famiglia.

Una visione della cultura, quello dei Pellicano, come patrimonio collettivo, qualcosa che deve essere preservato e reso accessibile alle generazioni future. Non sorprende, quindi, che uno degli aspetti che più li abbia convinti a sostenere il progetto sia stato il coinvolgimento delle scuole.

L’educazione, infatti, occupa da sempre un posto centrale nella storia della famiglia. Nunzio appartiene a una generazione che non ebbe la possibilità di completare il proprio percorso di studi e proprio per questo ha sempre considerato la formazione un’opportunità preziosa per i propri figli e nipoti. “L’istruzione è sempre stata molto importante per noi”, racconta Renato, spiegando come una parte significativa del sostegno sia stata destinata proprio a favorire l’accesso degli studenti alla mostra.

Del resto, il legame della famiglia con questa iniziativa nasce anche da una convinzione semplice: alcune eredità culturali continuano a vivere molto oltre il tempo che le ha generate. Roma è una di queste. Nelle parole di Renato, la sua influenza attraversa ancora oggi l’arte, l’architettura, la costruzione delle città e molti aspetti della vita quotidiana che spesso diamo per scontati: “L’Italia e Roma continuano a influenzare tanti aspetti della vita moderna”.

È anche per questo che la mostra assume un valore che supera l’interesse della comunità italo-australiana. Rome diventa il simbolo di una civiltà che ha contribuito a plasmare il mondo moderno e che continua a offrire insegnamenti alle nuove generazioni.

Dietro questa scelta si intravede anche un altro elemento fondamentale: il ruolo della famiglia come luogo di trasmissione dei valori.

Nunzio lo racconta ricordando gli insegnamenti ricevuti dal padre e dal nonno nelle serate trascorse attorno al fuoco. Le parole che tornano più spesso sono rispetto, integrità e onore. “Dobbiamo trattare tutti come uguali”, spiega. Principi semplici, ma che continuano ancora oggi a guidare il modo in cui la famiglia conduce l’impresa e costruisce i rapporti con collaboratori e comunità.

Non è un caso che Renato descriva l’azienda quasi come un’estensione della famiglia stessa. Molti collaboratori lavorano con il gruppo da decenni e in alcuni casi anche i figli hanno scelto di entrare nell’attività. Un segnale che, a suo giudizio, rappresenta una delle soddisfazioni più grandi e la conferma che determinati valori possono essere trasmessi nel tempo.

Perché ciò che la famiglia Pellicano sembra voler preservare non è soltanto un’impresa costruita in quasi sessant’anni di lavoro. È soprattutto un patrimonio immateriale fatto di principi, memoria e senso di responsabilità.

Un patrimonio che non si misura soltanto in cifre e che si fonda sull’idea che la cultura, come i valori familiari, abbia senso soltanto quando viene condivisa e trasmessa.

Come osserva Renato Pellicano, “stiamo cercando di essere fedeli agli insegnamenti che abbiamo ricevuto, aiutare la comunità e crescere una buona prossima generazione”.