WASHINGTON - Gli Stati Uniti stanno intensificando la pressione per catturare e deportare i migranti irregolari, estendendo i controlli con blitz negli aeroporti e persino all’interno dei tribunali dell’immigrazione. La recente crisi migratoria a Ceuta, l’enclave spagnola in Marocco, ha riportato il tema della gestione dei confini al centro dell’agenda della Casa Bianca, con il presidente Donald Trump che ha attaccato duramente la Spagna e l’Europa per la gestione della situazione.
Definendo quanto accaduto in Europa come un’invasione e una catastrofe, l’inquilino della Casa Bianca ha avvertito: “Succederà la stessa cosa anche a noi se i Repubblicani non verranno eletti, solo che sarà peggio. Su scala molto più vasta e molto più facile in cui ritrovarsi invischiati”. Il presidente sostiene che, a differenza dell’Europa, le frontiere statunitensi abbiano registrato zero arrivi dall’inizio della sua presidenza, grazie alle rigide misure di contrasto e al piano di deportazione.
I dati ufficiali tracciano un quadro articolato: pur evidenziando un drastico calo degli attraversamenti, le cifre mostrano che nel 2025 gli incontri con i migranti lungo il confine con il Messico sono stati 237.538, numero notevolmente inferiore rispetto all’1,5 milione registrato nell’anno fiscale 2024. Nel corso del 2026 i contagi e i passaggi sono diminuiti ulteriormente, attestandosi spesso sotto le 10.000 unità mensili. A luglio si è raggiunto un minimo storico lungo il confine sud-occidentale, dove la U.S. Border Patrol ha registrato una media di circa 148 fermi al giorno, pari a circa 4.600 incontri totali nel mese, in netto calo anche rispetto ai già bassi livelli di maggio e giugno.
A chiarire la reale portata dell’affermazione del presidente sugli “arrivi zero” è Homero Lopez, ex giudice dell’immigrazione durante l’amministrazione Biden-Harris e oggi avvocato specializzato nel settore: “Rilasci pari a zero non significano attraversamenti pari a zero: quando Trump, nell’ultima riunione di gabinetto, ha affermato che il numero di immigrati in ingresso fosse ‘zero’, la situazione non è proprio così“, spiega Lopez ad Adnkronos.
Come chiarito dalla CBP e dal Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS), il dato si riferisce a 14 mesi consecutivi senza alcun rilascio sul territorio nazionale. Lopez evidenzia come il cambiamento di politica abbia azzerato la pratica del “catch and release” (cattura e rilascio): i migranti fermati al confine non vengono più rilasciati in attesa dell’udienza, ma trattenuti, sottoposti alle procedure e rapidamente respinti o espulsi, portando così a zero il numero di rilasci sul suolo statunitense pur in presenza di tentativi di attraversamento.
Parallelamente ai controlli di frontiera, l’amministrazione Trump ha impresso una svolta aggressiva sul territorio nazionale, estendendo le operazioni di arresto direttamente negli aeroporti. Gli agenti federali attendono ora i bersagli ai banchi del check-in e ai gate d’imbarco. Nel mirino finiscono in particolare le persone in posizione di “overstay”, ossia coloro che sono rimasti negli Stati Uniti oltre la scadenza del visto, tra cui professionisti, ex partecipanti al programma au pair e coniugi di cittadini statunitensi in attesa di rinnovo del titolo di soggiorno o dell’emissione della green card.
L’operazione è già operativa in almeno 15 scali nazionali, dove squadre dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) in abiti civili fermano i viaggiatori prima dell’imbarco o subito dopo lo sbarco, scatenando in diversi casi le proteste degli altri passeggeri. Questo salto di qualità nasce dalla sinergia avviata nel maggio 2025 tra l’ICE e la TSA (Transportation Security Administration), che incrociano i dati dei voli con i registri delle persone da espellere, superando la storica reticenza di Washington nel coinvolgere i controlli aerei interni.
Sotto le direttive del Segretario per la Sicurezza Interna, Markwayne Mullin, e con il coordinamento di Tom Homan, responsabile della politica migratoria della Casa Bianca, l’esecutivo ha fissato il target operativo a 2.000 arresti al giorno, un ritmo quasi raddoppiato rispetto all’inizio del 2026. Dal Dipartimento per la Sicurezza Interna spiegano ad Adnkronos: “L’obiettivo è chiaro: garantire che chi non ha un titolo di soggiorno valido non possa prendere alcun volo negli Stati Uniti, se non quello di ritorno al proprio Paese d’origine”.
Gli esperti di diritto dell’immigrazione descrivono la campagna come una svolta senza precedenti, consigliando drasticamente ai clienti in attesa di regolarizzazione di evitare qualsiasi volo interno. A conferma dell’intensità delle operazioni, solo nel mese di giugno si sono registrati oltre 43.000 arresti legati a violazioni di viaggio e soggiorno (il dato mensile più alto dal secondo mandato di Trump), mentre a metà luglio la popolazione carceraria per motivi migratori ha superato le 65.000 unità.
La strategia di espansione dei luoghi d’arresto non risparmia nemmeno le sedi giudiziarie: l’ICE ha recentemente difeso davanti ai giudici gli interventi eseguiti direttamente all’interno dei tribunali dell’immigrazione di New York, sostenendo che le sedi giudiziarie rappresentino l’ambiente più sicuro per effettuare i fermi. Una linea che conferma come, per l’amministrazione, nessun luogo pubblico sia più considerato neutrale.