TEHERAN - L’Iran punta le sue carte strategiche sullo Stretto di Hormuz, affrontando una partita complessa e ad altissimo rischio contro il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha minacciato un nuovo pesante attacco militare se la via d’acqua non verrà riaperta a breve.  

Teheran ha risposto mantenendo una linea d’inflessibilità: “L’Iran non concluderà alcun accordo sotto minaccia”, ha affermato un funzionario informato sui negoziati in corso tra la Repubblica Islamica e il Sultanato dell’Oman, aggiungendo che “il ritardo nel raggiungimento di un accordo con l’Oman sullo Stretto di Hormuz è dovuto principalmente all’interferenza Usa e le minacce di Trump” e sottolineando che “finché persisteranno le interferenze e le minacce di un attacco militare contro l’Iran, l’accordo rimarrà bloccato”. 

L’intesa allo studio tra Mascate e Teheran (che potrebbe essere annunciata a breve) prevederebbe un meccanismo temporaneo di 60 giorni, eventualmente prorogabile, per regolare la navigazione. Il piano stabilisce che il traffico in entrata verso il Golfo Persico utilizzi il corridoio nord nelle acque territoriali iraniane, mentre i flussi in uscita transitino lungo il corridoio sud, sotto la giurisdizione dell’Oman. 

L’obiettivo di Teheran resta il controllo a tutti i costi dello Stretto di Hormuz, ma per la leadership iraniana si tratta di “una scommessa molto rischiosa”. Rivendicando l’autorità su uno dei principali snodi marittimi attraverso cui transita il greggio mondiale, come evidenziato dal Wall Street Journal, l’Iran scommette sul fatto “che la propria capacità di infliggere danni all’economia statunitense rappresenti il miglior strumento di pressione per evitare future azioni militari da parte degli Stati Uniti e di Israele”. 

Con i prezzi della benzina e l’inflazione ancora elevati, i vertici iraniani ritengono che Trump finirà per cedere alle loro condizioni in vista delle imminenti elezioni di midterm, il cui esito potrebbe incidere in modo determinante sul futuro della sua presidenza. Tuttavia, fondare la propria strategia sulla chiusura dello Stretto “rappresenta una scommessa straordinariamente rischiosa. Presuppone infatti che Trump preferisca uno stallo caotico e instabile piuttosto che una guerra totale. Ma giocando questa carta in modo così aggressivo, Teheran rischia di valutare male il punto di rottura di Washington e di compromettere la propria stessa sopravvivenza economica”. 

Behnam Ben Taleblu, esperto di Iran presso la Foundation for Defense of Democracies (centro studi critico verso il regime di Teheran), avverte: “Questo loro massimalismo contribuirà, nel lungo periodo, al loro isolamento”. 

La gestione della crisi sta spaccando il governo iraniano. L’ala più radicale dei Pasdaran considera il controllo di Hormuz il principale strumento per fare pressione sull’Occidente, specie dopo l’indebolimento del programma nucleare e delle milizie alleate subito negli ultimi anni. Nonostante le ingenti perdite subite dall’attacco a sorpresa sferrato da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio, le forze armate iraniane sono riuscite a impegnare Washington ostacolando il traffico navale e colpendo obiettivi statunitensi nel Golfo Persico. 

Al contrario, la componente più moderata del potere iraniano “è preoccupata dal blocco navale imposto dagli Stati Uniti in risposta agli attacchi iraniani contro Hormuz che sta portando l’economia del Paese sull’orlo del baratro”. Le stime del Fondo Monetario Internazionale indicano per il 2026 una contrazione del PIL iraniano del 6%, con un’inflazione tendenziale al 69% e una popolazione costretta ad affrontare gravi carenze di carburante e le privazioni tipiche di un regime di guerra. 

La stretta iraniana sullo Hormuz “ha inciso profondamente sulle forniture mondiali di petrolio: i flussi provenienti dal Golfo Persico sono scesi a circa il 36% dei livelli precedenti al conflitto”. Ciononostante, il prezzo del greggio non ha mantenuto la soglia dei 100 dollari al barile, quota ritenuta capace di danneggiare l’economia Usa al punto da costringere Washington a cedere. Persino con le incursioni dei ribelli Houthi contro le navi saudite nel Mar Rosso, le quotazioni sono rimaste al di sotto degli 80 dollari al barile. 

A contenere l’impatto hanno contribuito diversi fattori: parte del greggio è stata reindirizzata lungo rotte alternative, mentre alcune imbarcazioni sono riuscite a passare stipulando accordi diretti con l’Iran o disattivando i sistemi di localizzazione per tentare passaggi ad alto rischio. Come spiegato da Barbara Leaf, già responsabile per il Medio Oriente presso il Dipartimento di Stato durante l’amministrazione Biden, la Cina aveva “letto i segnali” fin dagli attacchi israeliani e statunitensi contro gli impianti nucleari iraniani del giugno 2025, iniziando da allora ad accumulare scorte di greggio. 

Pur avendo moderato i toni relativi a possibili offensive su vasta scala, Trump mantiene attivo il blocco navale e ha ripristinato le sanzioni contro le esportazioni petrolifere di Teheran. Nel lungo periodo, la capacità di pressione dell’Iran rischia di ridursi ulteriormente qualora Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e gli altri produttori del Golfo completino infrastrutture in grado di eludere lo Stretto. 

Come nota il Wall Street Journal, “anche le esportazioni petrolifere dell’Iran dipendono dal passaggio attraverso Hormuz. E una prolungata interruzione del traffico priva la Repubblica islamica della sua principale fonte di entrate e, al tempo stesso, accelera gli sforzi dei Paesi del Golfo per costruire rotte alternative che aggirino lo Stretto”. In questo scenario, la Cina (tra i principali partner di Teheran) ha ridotto gli acquisti di greggio iraniano, contribuendo a frenare i prezzi e senza mostrare l’intenzione di ritornare ai volumi del passato. 

In questo quadro di forte incertezza, i mediatori di Egitto, Pakistan e Qatar confidano che l’eventuale definizione di una soluzione temporanea per la navigazione nello Stretto possa consentire a Stati Uniti e Iran di riprendere le trattative dirette.