MUMBAI - Una nuova ondata di proteste giovanili sta attraversando l’India, spinta dal timore che milioni di cittadini siano stati ingiustamente depennati dalle liste elettorali. Migliaia di manifestanti si sono radunati a Mumbai su iniziativa del “Cockroach Janta Party” (CJP), il movimento giovanile “Cockroach” (le blatte) ampiamente sostenuto dalla Generazione Z del Paese, tornato in piazza per pretendere le dimissioni immediate del Commissario elettorale capo, Gyanesh Kumar. 

Al centro della contestazione c’è la Special Intensive Revision (SIR), una revisione straordinaria del registro degli elettori promossa lo scorso anno. Sebbene il governo sostenga che l’operazione sia servita unicamente a depurare gli elenchi dai non aventi diritto, le opposizioni e diversi gruppi della società civile denunciano la cancellazione sistematica di milioni di nomi, sostenendo che la misura abbia colpito in modo sproporzionato le minoranze e le fasce socialmente più marginalizzate. Secondo gli avversari politici, la SIR rientrerebbe in una più ampia manipolazione del sistema elettorale ordita per avvantaggiare il Bharatiya Janata Party (BJP), il partito guidato dal premier Narendra Modi. 

Nato inizialmente come campagna satirica sul web, il CJP si è trasformato in una forza di mobilitazione giovanile capace di mettere in difficoltà il governo. Già a luglio, dopo settimane di manifestazioni nel cuore di Delhi, le pressioni della piazza avevano portato alle dimissioni del ministro dell’Istruzione; in quell’occasione il gruppo si era strutturato come movimento di pressione permanente su temi di democrazia e istruzione. La scorsa settimana, a seguito di nuovi dettagli emersi sull’operato della Commissione elettorale, il fondatore del CJP, Abhijeet Dipke, ha lanciato un ultimatum: senza le dimissioni di Kumar, la mobilitazione sarebbe ripartita ad oltranza. 

Nel pomeriggio centinaia di giovani si sono ritrovati nelle strade di Mumbai sotto un imponente dispositivo di sicurezza. La determinazione dei manifestanti è sintetizzata dalle parole di Deesha, studentessa e attivista di 22 anni: “Il voto è il diritto fondamentale di ogni cittadino, ma a causa delle azioni di Kumar e della Commissione elettorale, tale diritto è sotto attacco. Milioni di persone hanno perso il diritto di voto e non vengono più nemmeno riconosciute come cittadini indiani. Questo attacco alla nostra democrazia deve cessare. Il primo passo importante è ottenere le dimissioni di Gyanesh Kumar e poi revocare il SIR”. 

Pur respingendo ogni addebito di irregolarità, la Commissione elettorale ha cercato di disinnescare le tensioni ordinando ai propri uffici di velocizzare le procedure di registrazione per i nuovi elettori e per quanti denunciano di essere stati esclusi ingiustamente. 

Nel frattempo, a Delhi la tensione è esplosa a Jantar Mantar, lo storico piazzale delle proteste e già quartier generale della mobilitazione di luglio. Per contenere il corteo, le forze dell’ordine hanno predisposto misure eccezionali: schieramento di migliaia di agenti, blocco temporaneo dell’accesso a una dozzina di stazioni della metropolitana e sospensione delle connessioni internet nella zona. 

Ciononostante, centinaia di manifestanti si sono presentati sul posto, venendo rapidamente bloccati e fatti salire a forza su autobus della polizia. L’operazione ha portato al fermo di almeno 700 persone tra attivisti, cittadini ed esponenti politici. Dai finestrini dei mezzi i fermati hanno urlato accuse contro gli agenti per la violazione dei diritti democratici fondamentali. 

Lo scontro si avvia ora a trasferirsi sulle istituzioni: i partiti d’opposizione hanno annunciato l’avvio di un piano di mobilitazione nazionale per chiedere la rimozione di Kumar, che culminerà la prossima settimana con una marcia di tutti i parlamentari di minoranza verso la sede della Commissione elettorale a Delhi.