WASHINGTON - L’Iran ha preso di mira installazioni radar e sistemi di difesa aerea statunitensi nel Golfo, avvertendo Washington che seguiranno attacchi “più decisivi e potenti”. Nel frattempo, il conflitto rischia di allargarsi ulteriormente a causa dell’annuncio del blocco dei porti sauditi da parte dei ribelli Houthi nello Yemen.
A fronte della morte di almeno tre soldati statunitensi, avvenuta negli ultimi giorni, nella serata di ieri gli Stati Uniti hanno lanciato una nuova serie di attacchi contro l’Iran, dichiarando che le operazioni erano “volte a ridurre ulteriormente le capacità militari iraniane utilizzate per attaccare il traffico mercantile”.
Poche ore dopo, l’esercito iraniano ha affermato di aver colpito obiettivi statunitensi in Kuwait e Bahrein, tra cui sistemi di difesa aerea, installazioni radar ed edifici amministrativi. “Dopo questo attacco ai radar, il nemico deve prepararsi a ondate ancora più decisive e potenti di attacchi con droni e missili”, hanno dichiarato le Guardie Rivoluzionarie in una nota diffusa dall’agenzia di stampa statale Irna.
Il presidente statunitense Donald Trump ha avvertito che l’Iran avrebbe pagato “a caro prezzo” per ogni soldato statunitense ucciso, mentre il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato che lo scontro è ormai diventato “una guerra su vasta scala”. Dal 7 luglio, secondo quanto reso noto dal Pentagono, quasi 100 militari statunitensi sono rimasti feriti, la maggior parte dei quali ha riportato commozioni cerebrali lievi.
Parallelamente, gli alleati yemeniti di Teheran hanno minacciato un’importante escalation, annunciando il blocco dei porti dell’Arabia Saudita. Una simile mossa metterebbe a rischio la capacità di Riad di aggirare lo Stretto di Hormuz (punto nevralgico e critico) per parte delle sue esportazioni di petrolio, con gravi ripercussioni sull’economia globale.
La scorsa settimana, per la prima volta dopo anni, si sono verificati scontro a fuoco diretti tra Arabia Saudita e Houthi. Riad ha condannato fermamente la minaccia proveniente da quella che ha definito la “milizia terroristica Houthi”, ribadendo l’intenzione di “continuare a sostenere il fraterno popolo yemenita e il suo governo legittimo”.
Il conflitto in Medio Oriente è ripreso in seguito al fallimento del cessate il fuoco siglato ad aprile e dell’accordo quadro raggiunto a giugno. Teheran ha ripristinato il blocco dello Stretto di Hormuz e Washington ha risposto bloccando a sua volta i porti iraniani. Lunedì i prezzi del petrolio hanno registrato un breve picco, toccando i massimi dell’ultimo mese, per poi ritracciare leggermente martedì mattina, mentre le parti si contendono il controllo dello stretto, attraverso il quale in tempo di pace transitava un quinto del petrolio mondiale.
Sebbene i volumi siano ben inferiori ai livelli pre-conflitto, l’Arabia Saudita è finora riuscita a continuare a esportare milioni di barili al giorno attraverso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Da mesi i mercati temono che gli Houthi (in guerra con Riad da oltre un decennio) possano tornare ad attaccare il traffico marittimo nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden come accaduto durante la guerra a Gaza. Il rischio è quello di sottrarre ulteriori quantità di greggio ai mercati globali; il gruppo non ha tuttavia reso noto come intenda attuare il blocco.
Nel frattempo, proprio nello Stretto di Hormuz, le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver attaccato e fermato due “petroliere non conformi” nel tentativo di rafforzare il controllo sull’area. Secondo i Pasdaran, le due navi “sono state colpite da esplosioni che hanno provocato incendi di vaste proporzioni, costringendole all’immobilizzazione”.
L’agenzia britannica per la sicurezza marittima (Ukmto) aveva precedentemente riferito che un “proiettile di origine ignota” aveva colpito una petroliera al largo dell’Oman, segnalando poi martedì che un’altra imbarcazione era stata centrata da un proiettile nella medesima zona.
Nonostante i recenti scontri, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, ha affermato che sono tuttora in corso scambi diplomatici con Washington tramite mediatori.
Sul fronte della diplomazia regionale, il ministro dell’Interno iraniano, Eskandar Momeni, si trova a Islamabad per una visita di due giorni durante la quale incontrerà il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito Asim Munir, secondo quanto riferito dal Ministero dell’Interno del Pakistan. Contestualmente, il presidente libanese Joseph Aoun incontrerà martedì Donald Trump a Washington, mentre cresce la pressione su Beirut affinché disarmi Hezbollah, condizione posta da Israele per il ritiro dal Libano meridionale.