Nelle ore che hanno preceduto e accompagnato la finale dei Mondiali tra Spagna e Argentina, anche Napoli si è colorata di bandierine biancocelesti: sono stati tanti i tifosi che sono scesi in strada per sostenere l’Albiceleste, prima ancora che il risultato consegnasse la Coppa alla Spagna.
Una manifestazione spontanea di una vicinanza che a Napoli si avverte da sempre. C’entra naturalmente lui, Diego Armando Maradona, diventato parte dell’identità della città, ma c’entra anche una storia più grossa, antica, fatta di partenze, famiglie divise dall’oceano e compaesani che dall’Italia, soprattutto dal Mezzogiorno, cercarono in Argentina una nuova vita.
È lo stesso legame raccontato dalla clip realizzata dal Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana (MEI) in occasione dei Mondiali 2026, ideata da Paolo Masini e Andrea Pedemonte per riportare alla luce le radici italiane del calcio argentino.
Il video si apre con l’immagine in bianco e nero di un piroscafo affollato: il simbolo di un viaggio intrapreso, a partire dall’Ottocento, da circa tre milioni di italiani. Uomini e donne che, una volta arrivati in Argentina, contribuirono alla costruzione della vita sociale e culturale del Paese, anche attraverso il calcio. La clip racconta questa eredità con il linguaggio di un album di famiglia: tra le prime storie ricordate ci sono quelle di River Plate, Boca Juniors e San Lorenzo, tre dei club più importanti dell’Argentina, alla cui nascita parteciparono emigrati italiani e loro discendenti. I cognomi dei fondatori – Zanni, Salvarezza, Messina, Ratto, Baglietto, Sana, Scarpati, Farenga, Massa e Scaramusso – raccontano da soli quanto profondo sia stato il contributo italiano.
Quelle società sportive non furono soltanto luoghi nei quali giocare a pallone: divennero punti di incontro per quartieri popolari cresciuti anche grazie all’arrivo degli emigrati, spazi nei quali creare legami, riconoscersi e sentirsi parte di una nuova comunità.
Dal racconto dei club, il video passa ai protagonisti che hanno indossato la maglia argentina. C’è Guillermo Stábile, capocannoniere del primo Mondiale del 1930 e figlio di emigrati originari di San Pietro al Tanagro, nel Salernitano, fino alla generazione più recente. Le immagini assumono allora la forma di passaporti e certificati di origine, collegando ciascun calciatore ai luoghi italiani dai quali partirono i suoi antenati: Lionel Scaloni alle Marche, Nicolás Tagliafico a Genova e Lamezia Terme, Giuliano Simeone alla Basilicata, insieme a Rodrigo De Paul, Giovani Lo Celso e Germán Pezzella.
Al centro non può che esserci Lionel Messi. Il ramo paterno della sua famiglia conduce a Montefiore di Recanati, da dove il trisavolo Angelo Messi partì nel 1883, mentre quello materno è legato a San Severino Marche. Messi possiede la cittadinanza italiana ed è iscritto all’anagrafe del Comune di Recanati. Il rapporto tra i due Paesi, del resto, non ha seguito una sola direzione. Diversi argentini di origine italiana hanno contribuito anche ai successi della Nazionale azzurra: Luis Monti, Raimundo Orsi, Enrique Guaita e Attilio Demaría furono protagonisti del Mondiale vinto dall’Italia nel 1934, mentre Mauro Camoranesi fece parte della squadra campione del mondo nel 2006.
Non è casuale che oggi l’Argentina ospiti la più numerosa comunità di cittadini italiani residenti all’estero, con circa 990mila iscritti all’AIRE secondo i dati richiamati dal MEI sulla base del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes.
La clip si inserisce nel più ampio lavoro del museo dedicato al rapporto tra sport ed emigrazione e dialoga con Il civico delle radici, il progetto che attraverso targhe e QR code restituisce voce alle case dalle quali partirono molti italiani. Anche il calcio diventa così uno strumento per rintracciare le origini e raccontare ciò che le statistiche sulle migrazioni, da sole, non riescono a mostrare.