WASHINGTON - Il vertice alla Casa Bianca tra Donald Trump e Xi Jinping si chiude con un quadro tracciato da toni concilianti, cerimoniali solenni ma risultati operativi limitati, definiti dagli analisti come una tregua tattica per prendere tempo.
Il bilancio concreto dell’incontro si traduce in una proroga di due mesi della tregua commerciale, nella decisione di proseguire il dialogo sull’intelligenza artificiale e nell’impegno a sostenersi reciprocamente nell’organizzazione dei grandi appuntamenti multilaterali del 2026.
A tracciare un bilancio critico dell’appuntamento è Axel Berkofsky, professore dell’Università di Pavia e Senior Advisor Ispi, che in un’intervista all’Adnkronos definisce l’incontro come “un summit del grande niente”, caratterizzato da “una mancanza di risultati concreti”.
Secondo l’esperto, dietro la distensione tra Washington e Pechino permangono forti rivalità in assenza di vere iniziative o strumenti di collaborazione: “È stato un summit molto vago, celebrato come un incontro amichevole tra amici, soprattutto da parte di Trump, perché evidentemente ha poco da dire. Il problema vero è la mancanza di risultati concreti, la mancanza di fatti concreti”.
Berkofsky sottolinea inoltre il fallimento strategico delle pressioni commerciali statunitensi e la posizione di forza con cui il leader cinese si è presentato alla Casa Bianca,
“Stati Uniti e Cina rimangono rivali, competitor, questo è molto chiaro – dice –. La politica che Trump ha iniziato a portare avanti un anno fa con il Liberation Day dei dazi è completamente fallita. La risposta della Cina è stata molto dura, con la minaccia di limitare l’export di terre rare, e alla fine c’è stata una tregua. Ma Trump non ha raggiunto gli obiettivi che si era posto. Xi Jinping invece è venuto a Washington molto sicuro di sé. Per me è stato un incontro bilaterale per fare finta che le cose vadano bene tra loro, ma non sappiamo perché, perché almeno pubblicamente sappiamo poco”.
Il risultato immediato del vertice è lo slittamento al 10 gennaio 2027 della tregua tariffaria che sarebbe scaduta il 10 novembre, evitando un’escalation di dazi e concedendo due mesi in più ai negoziatori per cercare un accordo più ampio. L’intesa era stata tuttavia già definita alla vigilia del bilaterale nei colloqui tra il segretario al Tesoro Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng.
Non è invece giunto il pacchetto di riduzioni tariffarie sui beni “non sensibili”: nonostante il lavoro del Board of Trade per selezionare prodotti su cui alleggerire reciprocamente i dazi per circa 30 miliardi di dollari per parte, il summit non ha prodotto una lista definitiva né un calendario per l’entrata in vigore dei tagli.
Nessun nuovo annuncio è arrivato nemmeno sul fronte agricolo, dossier fondamentale per Trump in vista delle elezioni di metà mandato. Restano in vigore gli impegni già assunti da Pechino per l’acquisto di 25 milioni di tonnellate all’anno di soia statunitense fino al 2028 e di almeno 17 miliardi di dollari all’anno di altri prodotti agricoli.
A questo proposito, Bessent ha precisato che la Cina sta procedendo regolarmente con gli acquisti di soia, rimanendo tuttavia indietro sugli altri obiettivi concordati.
Sul dossier dell’intelligenza artificiale (in cui Trump ha parlato di “super intelligenza” e Xi ha ribadito che la tecnologia deve rimanere “sotto il controllo umano”) l’esito consiste soprattutto nell’apertura di un processo di confronto. I due presidenti hanno concordato di proseguire il dialogo su rischi, benefici e prevenzione degli usi impropri, ma non è stato formalmente adottato il meccanismo di notifica per gli incidenti legati alla sicurezza nazionale, la “linea diretta” avanzata da Bessent nei giorni precedenti.
Sulla fattibilità di un’effettiva sinergia tecnologica, Berkofsky si mostra radicalmente scettico: “Non vedo nessun tipo di collaborazione concreta, né un tentativo da parte del governo cinese o Usa di collaborare. È anche molto improbabile, perché parliamo di due Paesi che sono competitor e rivali su un tema così importante”.
L’esperto evidenzia che gli Stati Uniti hanno “ancora un vantaggio, soprattutto per quanto riguarda l’industria e le aziende Usa, non necessariamente il governo”, concludendo che la proposta di collaborazione “è stata un’idea, una proposta per fare pubblicità, ma come risultato concreto non ci sarà nulla”.
Sui dossier strategici le posizioni sono rimaste sostanzialmente invariate. Su Taiwan, Xi ha chiesto nuovamente agli Stati Uniti di opporsi all’indipendenza dell’isola e di gestire la questione con prudenza. Secondo Berkofsky, il tema “rimane sulla carta una posizione molto ambigua”, aggiungendo di non aspettarsi “niente di serio e non mi aspetto una politica statunitense coerente verso la Cina per quanto riguarda Taiwan”.
Anche su Ucraina, penisola coreana e Medio Oriente i resoconti ufficiali non registrano intese operative o modifiche della postura di Pechino nei confronti di Teheran.
Berkofsky evidenzia la distanza tra le due potenze sulla questione iraniana: “L’Iran è un caso molto più clamoroso. Gli Stati Uniti sono ancora, più o meno, in guerra con l’Iran, mentre la Cina è il principale cliente del petrolio iraniano: più del 92-93% del petrolio iraniano va in Cina. Pechino, insieme alla Russia, è inoltre un importante sostenitore dell’Iran”.
L’analista esclude che il tema abbia inciso sul vertice, spiegando che “l’idea che gli Usa abbiano oggi il potere o l’influenza per condizionare la politica cinese verso l’Iran non corrisponde alla realtà. L’influenza statunitense sulla Cina, sotto questo presidente, per quanto riguarda Taiwan o Iran, non è sostanzialmente esistente”.
Sul piano multilaterale, Washington e Pechino hanno confermato l’impegno a sostenersi reciprocamente nell’organizzazione dei principali vertici dell’anno: l’Apec, che la Cina ospiterà a Shenzhen il 18 e 19 novembre, e il G20, che si terrà a Miami il 14 e 15 dicembre sotto la presidenza statunitense.
In definitiva, la visita di Stato ha consentito di allungare la fase di distensione e di istituzionalizzare canali di confronto bilaterali, pur senza raggiungere un accordo complessivo. Trump e Xi hanno così guadagnato tempo fino al 10 gennaio per verificare se la tregua commerciale possa evolvere in un assetto più strutturato.