GINEVRA - Il collasso dell’economia nella Striscia di Gaza rappresenta la crisi economica più grave mai registrata al mondo, un’emergenza senza precedenti che ha spazzato via decenni di sviluppo umano e sociale. A lanciarlo è l’Unctad, l’agenzia delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, in occasione della presentazione del suo ultimo rapporto sulla situazione nei territori palestinesi. 

Nel corso di una conferenza stampa a Ginevra, Pedro Manuel Moreno, segretario generale ad interim dell’organizzazione, ha illustrato la drammaticità del quadro economico attuale: “Il collasso dell’economia di Gaza rappresenta la crisi economica più grave mai registrata al mondo, che ha cancellato decenni di sviluppo”.

Moreno ha spiegato che “oggi il Pil pro capite a Gaza è pari a 58 centesimi a persona al giorno (ovvero l’83% in meno rispetto al livello, già molto basso, registrato nel 2022), mentre il livello dei prezzi è superiore del 274% rispetto a quello del 2022”.    

L’offensiva militare israeliana (scatenata in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023) ha provocato lo sfollamento di quasi l’intera popolazione dell’enclave palestinese, la distruzione o il danneggiamento della maggior parte degli edifici e oltre 73.000 morti, secondo le rilevazioni del ministero della Sanità locale ritenute attendibili dall’Onu.

Nonostante nella Striscia sia in vigore un fragile cessate il fuoco, le strutture produttive restano del tutto azzerate.    

Prima dell’ottobre 2023 “due abitanti di Gaza su tre vivevano in povertà. Oggi, l’intera popolazione di Gaza ne è colpita”, ha dichiarato Mutasim Elagraa, responsabile del coordinamento dell’assistenza al popolo palestinese per l’Unctad, parlando di “una situazione già catastrofica che è notevolmente peggiorata”.

Il settore abitativo ha riportato i danni più imponenti, quantificati in circa 19 miliardi di dollari per il 2025.  

Nel contempo, la produzione industriale e l’attività agricola sono crollate del 94%, con appena l’1,5% dei terreni coltivabili ancora accessibili e sfruttabili: una condizione che impone la totale dipendenza della popolazione dagli aiuti alimentari umanitari.

Sulla base dei dati elaborati con la Banca Mondiale e l’Ufficio centrale palestinese di statistica, l’Unctad rileva che il conflitto ha distrutto centinaia di migliaia di posti di lavoro, provocando dal 2023 una perdita stimata in 2,8 miliardi di dollari di redditi da lavoro. Attualmente, oltre il 90% della popolazione in età lavorativa risulta disoccupata.    

Nel complesso, le operazioni militari hanno distrutto il 92% delle attività economiche della Striscia. Per far fronte alla ripresa e alla ricostruzione serviranno almeno 71,5 miliardi di dollari, una cifra stimata per difetto che rischia di salire ulteriormente.    

L’analisi dell’Unctad evidenzia inoltre il pesante impatto delle restrizioni in Cisgiordania, dove l’espansione degli insediamenti ha ridotto l’accesso alle terre e alle risorse naturali, provocando un aumento degli sfollamenti forzati. L’inasprimento dei blocchi alla circolazione di merci e persone nel corso del 2025 ha soffocato il tessuto produttivo. Secondo le proiezioni contenute nel report, “occorreranno diversi anni per la Cisgiordania e ben più di un decennio per Gaza per recuperare il livello di Pil pro capite precedente alla crisi”.    

Il quadro complessivo è aggravato dalla profonda crisi di bilancio dell’esecutivo palestinese e dal precario stato di salute del settore bancario. Il deterioramento dei conti pubblici è stato causato dal trattenimento sistematico da parte di Israele di quote delle entrate fiscali spettanti all’amministrazione palestinese, dal crollo del gettito fiscale interno dovuto alla contrazione del Pil e dal netto calo degli aiuti internazionali. 

Per garantire i servizi essenziali e ricostruire le infrastrutture, il governo palestinese si è visto costretto a ricorrere a ingenti prestiti presso gli istituti di credito locali e ad attingere al fondo pensionistico, accumulando ritardi nei pagamenti verso i fornitori privati. Un equilibrio che appare insostenibile: fornitori e banche (già esposti al deterioramento della solvibilità dei singoli debitori) non potranno reggere la pressione indefinitamente, esponendo la regione al rischio di un collasso del sistema bancario in grado di paralizzare del tutto l’economia.    

In vista del futuro, l’Unctad rimarca che, una volta raggiunto un “cessate il fuoco permanente”, la comunità internazionale dovrà intervenire d’urgenza con un piano di aiuti finanziari e tecnici di ampia portata, indispensabile per “invertire attivamente la dinamica di de-sviluppo in atto da decenni” nei territori palestinesi.