WASHINGTON – Israele e Libano hanno avviato i primi colloqui diplomatici diretti da oltre trent’anni, in un tentativo di riportare sotto controllo un conflitto che nelle ultime settimane ha causato migliaia di vittime e oltre un milione di sfollati.

L’iniziativa, mediata dagli Stati Uniti, è stata definita dal segretario di Stato Marco Rubio una “opportunità storica”, pur con toni prudenti. “Stiamo lavorando contro decenni di storia e complessità”, ha dichiarato, chiarendo che non sono attesi risultati immediati.

Al tavolo siedono rappresentanti ufficiali dei due governi, tra i quali per il Libano l’ambasciatore Michel Issa ma non Hezbollah, attore centrale sul campo e principale alleato dell’Iran nella regione. L’assenza del gruppo sciita pesa sul processo: i suoi esponenti hanno già fatto sapere che non riconosceranno eventuali accordi raggiunti.

Il confronto si attiva dopo più di un mese di guerra, iniziata il 2 marzo quando Hezbollah ha lanciato razzi contro il nord di Israele, pochi giorni dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Da allora, gli scontri si sono intensificati, con bombardamenti su larga scala e operazioni militari nel sud del Libano.

Secondo le autorità libanesi, oltre 2.100 persone sono morte nei raid israeliani, tra cui centinaia di civili. Il bilancio degli sfollati supera il milione. Israele ha condotto offensive su vasta scala, inclusa una serie di attacchi concentrati in pochi minuti che hanno colpito anche aree centrali di Beirut.

Parallelamente ai colloqui, la situazione sul terreno resta instabile. Hezbollah ha rivendicato decine di attacchi nelle ore successive all’apertura dei negoziati, mentre sirene e allarmi hanno continuato a suonare nel nord di Israele.

Il governo israeliano punta alla creazione di una zona di sicurezza lungo il confine settentrionale, fino al fiume Litani, e condiziona il ritorno degli sfollati alla smilitarizzazione dell’area. Beirut, dal canto suo, spera che i colloqui possano aprire la strada a una tregua più ampia e a un recupero del controllo statale sul territorio.

Resta però un nodo politico: mentre il Libano rivendica autonomia negoziale, Hezbollah insiste sulla linea iraniana, che lega qualsiasi accordo alla fine dei conflitti regionali.

Il processo si muove quindi su un doppio binario: diplomazia da una parte, escalation militare dall’altra. Un equilibrio fragile, in cui il ritorno al dialogo rappresenta un passo simbolico, ma non ancora risolutivo.