Ci sono canzoni che appartengono a un’epoca e altre che, misteriosamente, riescono a sopravvivere all’epoca che le ha generate. Knock on Wood appartiene alla seconda categoria. Sono passati quasi cinquant’anni da quando Amii Stewart trasformò una canzone soul di Eddie Floyd e Steve Cropper in uno degli inni più travolgenti della disco music. Eppure basta che partano quelle prime battute perché qualcosa accada ancora: la pista si anima, il pubblico riconosce immediatamente il brano, i corpi seguono il ritmo quasi prima ancora che la mente abbia avuto il tempo di identificarlo. Lo racconta la stessa Stewart: “Knock on Wood funziona sempre. La gente si alza in piedi, non c’è niente da fare”. E forse è proprio questa la misura più autentica del successo di una canzone: non quante classifiche abbia scalato allora, ma quanto sia ancora capace, decenni dopo, di produrre una reazione istintiva.
Amii Stewart arrivò al grande pubblico alla fine degli anni ‘70, in piena esplosione della disco music. La sua versione di Knock on Wood, pubblicata nel 1978 e diventata immediatamente un successo mondiale, prese il brano originariamente inciso da Eddie Floyd e lo trasformò radicalmente, vestendolo di arrangiamenti disco, energia, ritmo e di quella voce potente che sarebbe diventata il marchio della cantante.
Negli Stati Uniti arrivò al primo posto della Billboard Hot 100 nell’aprile del 1979. Nel Regno Unito raggiunse il sesto posto e tornò nella Top 10 nel 1985, con una nuova versione remixata. In Italia e Australia arrivò fino al secondo posto. Numeri importanti, certo. Ma oggi sono quasi un dettaglio. Perché Knock on Wood ha avuto un destino più raro di quello di una semplice canzone di successo: è diventata una memoria sonora.
Per chi era giovane alla fine degli anni ‘70 è il suono di una stagione irripetibile. Per chi è arrivato dopo è diventata una delle canzoni attraverso cui riconoscere immediatamente la disco music. Per altri ancora è semplicemente quel brano che, quando arriva, rende quasi impossibile restare seduti. È musica, ma anche un riflesso condizionato.
Forse la spiegazione più convincente è proprio quella che dà Amii Stewart.
Knock on Wood, dice, ha un fascino che nemmeno lei riesce completamente a spiegare, se non attraverso “quel grande senso di gioia che suscita”. È una parola importante: gioia. Perché il brano non chiede all’ascoltatore di decifrare un messaggio, di prendere posizione, di conoscere una storia. Chiede soltanto di lasciarsi trascinare. È una canzone fisica prima ancora che intellettuale. Il basso, la batteria, i fiati, gli effetti speciali che riproducono i suoni di un temporale, la voce di Stewart e quella progressione ritmica costruiscono una sorta di macchina del movimento. Il risultato è immediato: la canzone arriva al corpo prima che alla testa. Ed è forse per questo che continua a funzionare. In un’epoca nella quale la musica viene consumata attraverso playlist individuali, cuffie e algoritmi personalizzati, Knock on Wood conserva qualcosa di antico e potentissimo: l’idea che una canzone possa appartenere contemporaneamente a tutti.
La storia di Knock on Wood era iniziata molto prima di Amii Stewart. Eddie Floyd l’aveva scritta con Steve Cropper e l’aveva portata al successo nel 1966. Nel corso degli anni il brano sarebbe stato interpretato da numerosi artisti, da Otis Redding e Carla Thomas fino a David Bowie ed Eric Clapton. Ma è stata la versione di Stewart a diventare quella universalmente riconoscibile per milioni di ascoltatori. Questa è una delle caratteristiche più affascinanti della musica popolare: una canzone può nascere in un determinato contesto, attraversarne un altro e trovare infine una terza vita completamente diversa. Con Stewart, Knock on Wood smette in qualche modo di essere soltanto una canzone soul ripresa in chiave disco. Diventa un simbolo della stagione dei dancefloor, dell’energia di quegli anni, di una libertà espressiva che la disco music seppe trasformare in cultura. E proprio per questo il brano è stato associato anche alla comunità LGBTQ+, diventando uno degli inni della stagione disco e della sua cultura di inclusione e liberazione.
Il dato forse più sorprendente è proprio questo: Knock on Wood non è rimasta confinata alla generazione che la scoprì negli anni ‘70. È stata ripubblicata, remixata, utilizzata nuovamente e continuamente riscoperta. Come detto, Nel 1985 una nuova versione insieme a Light My Fire tornò nelle classifiche britanniche, raggiungendo il settimo posto. Ma il vero remix della canzone è stato fatto dal tempo. Ogni generazione l’ha presa e l’ha fatta propria. Per qualcuno è il ricordo di una discoteca. Per qualcun altro è la festa in famiglia, la radio accesa, un programma televisivo, un’estate, una macchina, una vacanza. Per molti è semplicemente una melodia che appartiene a un mondo che forse non hanno mai vissuto direttamente, ma che riconoscono comunque. È questo il paradosso della memoria musicale: non è necessario aver vissuto un’epoca per ricordarla. A volte basta una canzone.
Il rischio, parlando di Amii Stewart, è naturalmente quello di ridurre una carriera lunga quasi mezzo secolo a un solo titolo. E sarebbe ingiusto. Stewart ha attraversato generi, epoche e linguaggi diversi. Ha lavorato con Ennio Morricone, esperienza che lei stessa considera decisiva perché le ha permesso di essere riconosciuta non soltanto come cantante pop ma come interprete. Ha affrontato repertori diversi, il teatro musicale e progetti nei quali la dimensione interpretativa ha assunto un peso sempre maggiore. Ma proprio perché una carriera può essere lunga e complessa, esistono canzoni che finiscono per diventare una sorta di monumento. Knock on Wood è il monumento pop di Amii Stewart. E non necessariamente perché sia il brano più rappresentativo di tutto ciò che ha fatto. Al contrario: perché è quello che ha conquistato un posto autonomo nell’immaginario collettivo.
il tempo passa, cambiano i governi, cambiano le mode, cambiano le tecnologie, cambiano le generazioni. Eppure una melodia può restare lì, intatta nella sua capacità di far muovere migliaia di persone. Forse è questo il vero straordinario successo di Knock on Wood. Non essere stata numero uno. Non aver venduto milioni di copie. Non aver conquistato classifiche e premi. Ma essere diventata, senza chiedere permesso, una di quelle canzoni che la gente sente di conoscere da sempre. Una canzone che non appartiene più soltanto ad Amii Stewart. Appartiene a chi l’ha ballata, a chi l’ha ascoltata alla radio, a chi l’ha scoperta anni dopo, a chi ancora oggi riconosce quelle prime note e sorride. E soprattutto appartiene a quella cosa sfuggente che chiamiamo memoria collettiva. Perché alcune canzoni finiscono. Knock on Wood no.