WASHINGTON - Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è intervenuto per ridimensionare le notizie relative alle estreme difficoltà vissute a bordo della portaerei USS Abraham Lincoln, impegnata da oltre 250 giorni in Medio Oriente, sostenendo che la situazione sia stata “completamente travisata”. 

Nel suo intervento durante una visita a Panama ha dichiarato: “Ci assicuriamo che ogni nave, ogni membro dell’equipaggio e ogni comandante abbia tutto ciò che possiamo fornire in ogni singolo momento. Alcuni dispiegamenti sono più lunghi di altri e nutro per quei marinai più rispetto e gratitudine di chiunque altro. Quello che fanno in alto mare, in quelle condizioni difficili e con meno scali nei porti, è incredibile”. 

Le sue rassicurazioni giungono mentre il Wall Street Journal, citando funzionari statunitensi, ha rivelato che gli Stati Uniti si preparano a inviare nell’area la portaerei USS George Washington per sostituire la Lincoln. L’avvicendamento rientra in un piano di rotazione già programmato prima delle recenti polemiche.

Partita a novembre per una missione nel Pacifico, la Lincoln era stata dirottata in Medio Oriente a gennaio per partecipare alla campagna di bombardamenti dell’operazione Epic Fury e, successivamente, al blocco dei porti iraniani. 

Nonostante la linea ufficiale, le proteste della politica e dei familiari dei militari a bordo continuano ad amplificarsi.

Al Congresso, i democratici chiedono risposte immediate. In una lettera indirizzata a Hegseth e al segretario ad interim della Marina Hung Cao, il senatore Richard Blumenthal ha denunciato “diffuse segnalazioni di carenze di forniture di base, contaminazione dell’acqua, problemi idraulici, deterioramento della salute mentale, problemi di sicurezza sul ponte e disservizi nel sistema postale”, con ritardi di mesi nella consegna dei pacchi. Blumenthal ha evidenziato come la nave non tocchi terra da più di 200 giorni, stabilendo un record di permanenza consecutiva in mare. 

A descrivere il quadro interno è intervenuto anche il deputato democratico Mike Levin, che ha parlato di “docce ammuffite, bagni rotti, lavanderia fuori uso per settimane, lunghi periodi senza acqua calda” e pasti ridotti in taluni casi a “mezza tazza di riso e due tortillas”. 

Particolare allarme hanno destato le notizie, pubblicate da Navy Times e Stars and Stripes, relative a diversi marinai che sarebbero stati fermati mentre tentavano di gettarsi in mare.

Durante un teso incontro a San Diego con circa 200 familiari dell’equipaggio, ai vertici della Marina (tra cui Cao e i viceammiragli Douglas Verissimo e Joseph Cahill) è stata rappresentata la gravità dello stress psicologico causato dai continui prolungamenti della missione. Una donna ha accusato i vertici militari di aver “spezzato il rapporto di fiducia tra noi e la leadership”, mentre un’altra ha riferito in lacrime che il marito le aveva confessato di sperare di “non svegliarsi domani”. 

Interpellata da Cbs News, la Marina statunitense ha ridimensionato il quadro. Un funzionario ha dichiarato che, sulla base delle informazioni disponibili, “non abbiamo riscontrato un aumento delle segnalazioni di ideazione suicidaria o di tentativi di suicidio a bordo”, garantendo la presenza di personale medico, psicologico, cappellani e consulenti, oltre all’invio imminente di ulteriori specialisti della salute mentale. 

I vertici militari hanno ammesso che le operazioni belliche hanno alterato le tradizionali catene logistiche di rifornimento nel quadrante medio-orientale, costringendo a prioritizzare le forniture (dando precedenza al cibo, poi ai prodotti igienici e infine alla posta). Tuttavia, il portavoce ha assicurato che le verifiche interne confermano al momento un “accesso continuo ad acqua pulita, aria condizionata funzionante e opzioni alimentari salutari”.