WASHINGTON - È passato esattamente un anno dallo storico summit di Ferragosto del 15 agosto 2025, tenutosi nella base aerea di Elmendorf-Richardson ad Anchorage, in Alaska. In quel contesto, Donald Trump e Vladimir Putin avevano mostrato grande entusiasmo per aver gettato le basi di una tregua senza precedenti nel conflitto in Ucraina.  

“Un incontro da dieci”, lo aveva definito un ottimista Trump, prospettando un successivo vertice “decisivo” con Volodymyr Zelensky e assicurando che le questioni aperte fossero state risolte “tranne una”.

Più cauto, il leader del Cremlino aveva parlato di un semplice “punto di partenza” verso la ripresa dei rapporti “pragmatici” tra Mosca e Washington. Per mesi la diplomazia russa ha continuato a evocare lo “spirito di Anchorage” come il simbolo del proprio ritorno sulla scena internazionale. Oggi, a 365 giorni di distanza, di quell’atmosfera non resta più alcuna traccia. 

A tracciare un bilancio del netto peggioramento delle relazioni è John Sullivan, ex ambasciatore statunitense in Russia dal 2019 al 2022 ed ex vicesegretario di Stato: “La mediazione tra Stati Uniti e Russia è in uno stallo; l’ultimo importante accordo sul controllo degli armamenti nucleari (New Start) è scaduto ed entrambe le nazioni assistono a una brutale escalation del conflitto in Ucraina”.

Sullivan sottolinea come il panorama geopolitico si sia significativamente deteriorato e come gli accordi segreti non rispettati, unitamente ai colloqui informali del summit, abbiano innescato un profondo congelamento diplomatico. 

All’indomani del summit, il presidente statunitense si diceva convinto che Putin volesse “porre fine alla guerra tanto quanto lui”. La Casa Bianca ha promosso un ciclo di negoziati diretti sulla base di una bozza iniziale di 28 punti presentata da Mosca, poi ridotta a 19 dagli Stati Uniti. Il piano prevedeva di limitare le rivendicazioni territoriali russe alla regione orientale del Donbass, in cambio del riconoscimento dei nuovi confini e della revoca delle sanzioni statunitensi. 

L’impostazione è però crollata all’inizio del 2026. Kiev ha respinto categoricamente la premessa considerandola sinonimo di capitolazione (respingendo l’idea dell’amministrazione Trump secondo cui gli ucraini “non hanno carte da giocare”) e ha preteso un cessate il fuoco immediato lungo l’attuale linea del fronte, rinviando lo status dei territori. Anche l’Unione Europea ha bocciato la proposta. Di conseguenza, i funzionari ucraini hanno dichiarato ufficialmente “sepolti” gli accordi, mentre Mosca ha annunciato di aver abbandonato le aspettative sugli “accordi segreti”, accusando Washington di incapacità nell’adempiere ai propri obblighi. 

A certificare il fallimento è stato il brevissimo incontro di soli 30 minuti svoltosi a luglio a Manila tra il segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, al termine del quale Rubio ha ammesso la necessità di “nuove idee e proposte”. Già a giugno Lavrov aveva espresso apertamente i dubbi del Cremlino: “Non voglio nemmeno immaginare che l’Alaska sia stata concepita solo per guadagnare tempo e rafforzare militarmente l’Ucraina”. 

Il divario si è ulteriormente dilatato a causa dello spostamento delle priorità di Washington verso la crisi con l’Iran esplosa a fine febbraio. Come evidenzia Sullivan, “l’attenzione diplomatica di Washington si è spostata drasticamente a seguito di nuovi conflitti geopolitici, come la guerra con l’Iran (...) È chiaro che la priorità di Donald Trump ora è il Medio Oriente, non la Russia e l’Ucraina”. 

Questa deviazione di attenzione ha congelato la mediazione in Europa orientale. Anziché registrare un allentamento della pressione economica, la Russia si è vista colpire da nuove misure: all’inizio di agosto è stato approvato il Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act, volto a colpire l’economia di guerra di Mosca, le sue entrate energetiche e i Paesi terzi che acquistano carburante russo. Parallelamente, il trattato New Start (l’ultimo grande pilastro bilaterale per la limitazione delle armi nucleari) è stato lasciato ufficialmente scadere, privando i due Paesi di garanzie e strutture di ispezione. 

La celebre frase pronunciata da Trump in Alaska: “Non c’è alcun accordo finché non c’è un accordo”, si è trasformata in una profezia al contrario. Citando analisti vicini al Cremlino, lo “spirito di Anchorage” è del tutto evaporato lasciando spazio all’escalation. Sullivan riassume la posizione di Mosca: “La Russia è stata chiara: ora si concentrerà esclusivamente su una vittoria militare anziché attendere la conformità degli Stati Uniti”. 

Il conflitto si è tramutato in una violenta guerra di logoramento ad alta intensità, con livelli di vittime civili che non si registravano dalle prime fasi dell’invasione. Le forze russe, sotto la guida del generale Valery Gerasimov, hanno intensificato i raid missilistici sulle città, bloccato le esportazioni nel Mar Nero colpendo le infrastrutture portuali e proseguito le offensive terrestri per occupare interamente il Donbass e la Novorossija (la fascia costiera del Mar Nero). 

Di contro, Kiev ha risposto con massicce campagne di attacchi a lungo raggio contro depositi e siti energetici in territorio russo, provocando una crisi del carburante su scala nazionale e costringendo le autorità occupanti a proclamare lo stato di emergenza in Crimea. 

Il definitivo fallimento dell’iniziativa di pace dell’agosto 2025 ha avuto ripercussioni dirette anche nell’Artico, trasformato rapidamente in un teatro di confronto militare diretto tra le due potenze. 

Per contrastare il netto vantaggio strategico della Russia nella regione (stimato in un rapporto di 20 a 1 per installazioni militari) gli Stati Uniti e il Norad (comando congiunto di Stati Uniti e Canada) hanno potenziato la base spaziale di Pituffik, nella Groenlandia nord-occidentale, schierandovi caccia e radar di allerta precoce. Mosca ha risposto posizionando in via permanente l’incrociatore a propulsione nucleare Admiral Nakhimov, armato con missili ipersonici Zirkon, a pattugliare le acque gelide verso il Polo Nord.