Riprendono i lavori parlamentari in un clima politico tutt’altro che favorevole per il governo: la crescita c’è, ma è debole. L’inflazione scende, ma troppo lentamente. I salari non tengono il passo con il costo della vita. I prezzi delle case stanno diminuendo, ma nessuno sa quanto ancora dovranno scendere. I tassi d’interesse probabilmente saliranno ancora. Sul fronte delle bollette energetiche nessuna schiarita e una sola certezza: la produttività non aumenta, anzi. È difficile, in queste condizioni, convincere una famiglia che tutto è sotto controllo, che le riforme annunciate nel budget dello scorso maggio stanno dando esattamente i risultati previsti. Il ministro del Tesoro, Jim Chalmers, cerca di rassicurare gli australiani sottolineando il segno più (2,1%) dell’economia e quello meno dei prezzi delle case, ma sono numeri che non convincono fino in fondo, tanto che la sensazione generale è quella di sentirsi più poveri e sicuramente più preoccupati.
E altri dati che il responsabile del Tesoro preferisce ignorare sembrano giustificare quel pessimismo e quel calo generale di fiducia che i sondaggi registrano in un’Australia profondamente cambiata e meno felice di sempre: dal 2021 i salari (reali) sono diminuiti di oltre il 5 per cento; il costo della vita ha invece avuto un’impennata che ha imposto una pressione continua sui bilanci familiari. E la crescita della popolazione, che contribuisce in modo significativo all’aumento del Pil (Prodotto interno lordo), non significa automaticamente un miglioramento delle condizioni di vita individuali.
L’economista Saul Eslake lo ha spiegato con un dato che vale più di ogni rassicurante dichiarazione politica: della crescita economica di circa il 2 per cento, quasi l’1,5 per cento arriva dall’aumento della popolazione. Poco più dello 0,5 per cento è invece dovuto alla crescita del Pil reale pro capite. Ed è quest’ultimo numero quello che conta davvero quando si parla di benessere. Un altro numero che pesa in un quadro tutt’altro che soddisfacente, nonostante quel 2,1% di crescita che Chalmers cerca di vendere come prova di un governo in controllo, è quello riguardante la produttività che, nel secondo trimestre dell’anno (quello conclusosi a giugno), è rimasta a quota zero, così che negli ultimi quattro anni il livello è sceso del 4,5%.
Poi c’è l’inflazione. A luglio il tasso annuale è stato del 3,5 per cento. Non è più l’inflazione dei picchi drammatici degli anni scorsi, ma è ancora troppo alta per la Reserve Bank (RBA) che, come sappiamo, ha un obiettivo ‘ideale’ compreso tra il 2 e il 3 per cento. Un 3,5% che arriva, complicando un bel po’ il compito della Banca centrale, in un momento in cui l’economia ha già rallentato, creando una situazione estremamente scomoda per chi ha in mano il freno monetario: crescita debole e prezzi ancora troppo alti.
Un altro economista di provata affidabilità (ex Tesoro ed ex Fondo Monetario Internazionale), Chris Richardson, non ha dubbi al riguardo di cause e necessità di urgenti correzioni: la produttività è il motore dell’economia e da troppo tempo gira a regime troppo basso. E al contrario dei ‘saggi’ della Reserve - che a fine settembre dovranno decidere se aumentare i tassi d’interesse o lasciarli invariati -, può permettersi di parlare di un governo che non recita interamente la sua parte nella lotta all’inflazione perché non agisce sul fronte delle relazioni industriali, sui costi dell’energia e continua ad ignorare l’incertezza che frena gli investimenti. Incertezza che, dopo le riforme fiscali annunciate nell’ultimo budget, sta attanagliando anche il settore immobiliare.
I prezzi delle case hanno iniziato a scendere, ma secondo Richardson, dopo una perdita di circa il 4 per cento (su scala nazionale) potrebbero diminuire di un ulteriore 6 per cento prima di stabilizzarsi. Il che è sicuramente una buona notizia per chi sta cercando di comprare casa, ma un calo dei prezzi accompagnato da tassi d’interesse più alti non aiuta la causa dell’accessibilità. Accessibilità minata anche da un’offerta non sufficiente perché gli Stati non sembrano essere ancora entrati in partita per ciò che concerne l’auspicata accelerazione dei permessi e la messa disposizione di nuove aree di sviluppo urbano. E, puntualmente, anche in questo caso, spunta la parola che decide il futuro: produttività, perché il Paese non ha soltanto un problema di crescita, ma un problema di capacità di crescita che Chalmers assicura di poter affrontare giocando la nuova carta dell’intelligenza artificiale.
Il ministro del Tesoro ha dichiarato che le nuove tecnologie - sulle quali, assicura, il governo sta lavorando con grande impegno - possono rendere più efficienti le imprese, automatizzando l’attività e migliorando i processi produttivi. Buone intenzioni e un fuocherello di nuove speranze sulle quali, però, ha subito gettato un po’ di realismo Danielle Wood, presidente della Productivity Commission, che, intervenendo sul già controverso progetto dei nuovi data centre che “cambieranno il Paese”, ha dichiarato che “la vera partita si giocherà nella rapidità con cui le imprese adotteranno l’IA e sapranno inserirla nei propri processi produttivi”.
Servono formazione, competenze, regole più chiare. Serve un settore pubblico capace di utilizzare per primo le nuove tecnologie. E serve soprattutto la volontà politica di intervenire sui problemi strutturali: edilizia, infrastrutture, concorrenza, investimenti e, sempre e ancora, produttività ‘vecchio stile’ (quella meno focalizzata sui ‘diritti’, i regolamenti e le complicazioni burocratiche e più sulle opportunità e la flessibilità del lavoro, ormai ridotta ai minimi termini, dopo l’esperienza Work Choices che continua ad essere usata come monito dai laburisti e terrorizzare la Coalizione). Niente riforme quindi (e niente proposte d’alternativa né dal fronte tradizionale sempre più indebolito e intorpidito dei liberal-nazionali, né da quello rumoroso, che continua a crescere e indebolire un costruttivo dibattito politico, di One Nation), ma promesse di una tecnologia rivoluzionaria che cambierà ogni cosa. Molto più facile, infatti, parlare dell’economia del futuro che spiegare agli elettori perché sarebbe necessario cambiare alcune regole che governano quella del presente.
Nel frattempo, gli australiani guardano ai propri conti bancari, al mutuo, alla spesa al supermercato e alla busta paga e vedono una realtà ben diversa da quella raccontata dal Pil e da Chalmers. Sei australiani su dieci, secondo il sondaggio ‘Essential’, pensano che il Paese stia andando nella direzione sbagliata: il rischio, però, non è quello di sprofondare in chissà quale dramma economico, ma quello di cercare soluzioni facili, che facili non sono, facendo diventare una crescita mediocre e la mancanza di qualsiasi coraggio per cambiare le cose una nuova normalità. Una semiparalisi di qualsiasi tipo di ‘visione’ che vada al di là del prossimo ciclo elettorale che lascia ampio spazio alle ‘risposte’ in bianco e nero della sempre più sofisticata, nel suo crudo opportunismo, macchina politica di One Nation: non più confronto sulle idee e sulle proposte, ma comunicazione affidata ai social media (che saranno al centro del dibattito parlamentare già questa settimana) con ‘guidate’ opportunità di esprimere la propria rabbia facendo perno su divisioni, sensazionalismo, ‘nemici’ da combattere. E proprio per questo la situazione merita attenzione. Chalmers spera che l’intelligenza artificiale possa cambiare il quadro. Forse lo farà, almeno in parte. Ma nessuna tecnologia può evitare a un Paese di affrontare i propri problemi e, soprattutto, nessuna tecnologia può, per incanto, risolvere insoddisfazione e frustrazione. Al governo (e all’opposizione), quindi, il compito di spiegare e far capire al pubblico l’importanza di riconoscere la disinformazione, di valutare e distinguere l’indignazione artificiosamente alimentata online dal genuino dibattito pubblico.
La tentazione è sempre quella di promettere soluzioni rapide, capaci di produrre risultati quasi immediati, ma bisognerebbe onestamente impegnarsi a spiegare, senza troppe paure e con un minimo di visione, ciò di cui il Paese ha realmente bisogno nei prossimi dieci o vent’anni. Per contrastare l’indifferenza, la rabbia e il populismo di chi, secondo i suoi sempre più numerosi sostenitori, “dice le cose come stanno”, ci vorrebbe un piano d’azione chiaro, imperniato sulla praticità di una crescita vera, di altrettanti veri aumenti salariali, di un miglioramento del costo della vita, facendo salire di giri il motore della produttività che può essere incentivata e sostenuta dalle nuove tecnologie, ma anche da procedure e regolamenti più snelli ed efficienti, una transizione energetica meno militante, con costi accessibili. Non è facile, ma non è impossibile.