Accoglienza, relazione, ascolto: non semplici parole che fanno da scenografia ai corpi che si agitano con elegante maestria sui ritmi tarantolati, ma messaggi da tatuare nei ricordi di chi ha ballato, saltato e sudato, pizzicato dalla tradizione popolare salentina celebrata nella notte più lunga per Melpignano, terra della taranta. Secondo gli organizzatori, sono state 150.000 le persone che hanno partecipato al concertone, un appuntamento che ha trasformato la piazza in un luogo di inclusione e contaminazione, dove culture diverse si sono incontrate, confrontate, scontrate e mescolate, rendendo “imperfetta l’identità culturale”.
Un concetto che il maestro concertatore Ermal Meta ha ripetuto presentando l’appuntamento e ribadito sul palco, dimenandosi come un cimbalo da tamburello, imbracciando la chitarra o stuzzicando le tastiere, per lasciare un segno personale nella storia del concertone. E proprio l’eredità è stata una delle parole-messaggio consegnate al pubblico, travolto dalla musica anche a distanza grazie alla trasmissione in Eurovisione.
Meta ha voluto che restasse una traccia nel tempo del suo passaggio salentino e lo ha fatto con un brano composto appositamente per gli spartiti tarantolati. Nu simu nienti è stato l’inedito con cui il maestro concertatore ha lasciato qualcosa di suo alla storia della manifestazione: un pezzo dalle sfumature rosate, le stesse del piumaggio dei fenicotteri, diventati simbolo di una rivoluzione contro i grandi poteri economici “che cercano di impossessarsi della terra che appartiene a delle persone semplici”.
La musica popolare è diventata così, nella visione di Meta, un atto di resilienza. “C’è chi ha tutto ma vuole di più, e chi ha poco e prova a difenderlo”, ha detto dal palco, sottolineando che quella difesa “brucia l’anima”. Un fuoco che nasce in chi crede negli ideali da salvare e che ha attraversato anche il tributo agli 80 anni della Repubblica italiana. L’anniversario è stato celebrato attraverso una cerimonia fatta di pizzica e memoria. L’Inno di Mameli, che ha aperto il concertone, è stato rivisitato da Meta e suonato dall’Orchestra popolare al ritmo di tamburi, tamburelli e chitarre. Sullo sfondo, filmati in bianco e nero hanno ricordato le donne che per la prima volta votarono quel 2 giugno 1946. Una Notte della Taranta impegnata e impegnativa, che non ha mai rinnegato la propria anima ribelle: la stessa che il veleno della taranta, nella tradizione, sapeva eccitare senza mai addomesticare.
Come raccontano le note di Santu Paulu, la pizzica che ha segnato il ritorno mainstream di Alessandra Amoroso, salutato da un’ovazione tutta salentina. L’artista, originaria di Galatina, di cui San Paolo è patrono, ha non soltanto interpretato, ma anche ballato una storia: quella delle proprie origini. Si è divertita sul palco, trasmettendo la gioia di essere lì e di zompettare con la leggerezza di una bambina, invocando la grazia del santo capace, secondo la tradizione, di fare miracoli. Amoroso ha poi “sporcato” di Salento anche il ritornello di Vivere a colori, trasformandolo in un altro momento di festa e appartenenza.
La serata ha trovato la sua forza anche nelle contaminazioni musicali. Divertente la sporcatura rock di Core meu con Welo, così come la rilettura di Menamenamò, affidata alla voce di Sayf e accompagnata da danzatori in abiti barocchi, che ha rispolverato tonalità riconducibili al Rondò veneziano. Una contaminazione che conferma come la tradizione possa continuare a vivere proprio attraverso il confronto con linguaggi e culture differenti.
In La cerva, invece, l’amore ha sfiorato la morte grazie all’interpretazione di Gisela João, espressione del fado portoghese, che ha dato voce alla paura e al desiderio. La sua presenza ha allargato ancora una volta i confini della pizzica, inserendola in un dialogo mediterraneo capace di unire esperienze musicali apparentemente lontane.
Di segno diverso, ma altrettanto intenso, l’intervento di Levante, che ha proposto una versione lirica di Beddha ci dormi. La voce dell’artista siciliana ha rinvigorito quel fuoco sacro del Sud che la nenia salentina custodisce e che il cuore di Levante ha saputo accarezzare, senza spegnerne la forza originaria.
Un legame profondo con le radici è emerso anche nelle interpretazioni di Giulia Vecchio e Maria Mazzotta, entrambe salentine, entrambe capaci di far vibrare le emozioni mettendo il proprio talento al servizio di L’acqua de la funtana e Libru d’amore. Due brani che hanno restituito centralità alla parola, alla voce e alla dimensione più intima della tradizione.
Alla fine, la pizzica ha prevalso senza grandi innovazioni, ma confermando una formula che continua a funzionare proprio perché non resta immobile. La tradizione popolare salentina, attraversata negli anni dalle culture delle vie del Mediterraneo, si è presentata ancora una volta come uno spazio aperto all’incontro, alla trasformazione e alla contaminazione.
È questa, forse, la vera forza della Notte della Taranta: conservare la propria identità senza chiudersi, accogliere ciò che arriva da fuori senza perdere ciò che viene dalle proprie radici. Una musica nata dalla terra che continua a viaggiare, a incontrare altri suoni e altre storie, senza rinunciare alla propria anima. Ora lo sguardo è già rivolto al futuro. Il prossimo anno il concertone festeggerà i 30 anni e, come ha lasciato intendere il presidente della Fondazione Notte della Taranta Massimo Bray, sono attese grandi novità. Un nuovo capitolo per una manifestazione che, da tre decenni, trasforma la pizzica in un linguaggio capace di parlare a pubblici diversi e di portare il Salento ben oltre i suoi confini.