MOSCA - Il quotidiano indipendente russo Novaya Gazeta, simbolo storico del giornalismo d’inchiesta sulla corruzione e legato al premio Nobel per la Pace 2021 Dmitry Muratov, ha annunciato la totale cessazione delle proprie attività in Russia a partire dal 9 novembre. La decisione, arrivata dopo oltre trent’anni di attività al fianco del Paese e dei suoi cittadini, è stata comunicata dalla stessa redazione sul proprio sito con una nota drammatica che denuncia le insostenibili pressioni delle autorità e dell’apparato di sicurezza di Mosca. 

“Ci hanno ucciso. Il 9 novembre spegneremo la luce nella nostra casa, dove abbiamo vissuto per 30 anni, spegneremo i server e ce ne andremo. Il giornale non esiste più. Le autorità e i servizi segreti russi hanno costretto la redazione a interrompere il lavoro”, si legge nel comunicato diffuso dalla testata. 

Già privata nel 2022 della licenza per le pubblicazioni cartacee e online, fattore che aveva spinto parte dei giornalisti a riparare all’estero per dare vita al progetto Novaya Gazeta - Europe, la redazione moscovita era finita sotto una morsa sempre più stringente. Inserita ufficialmente nel registro degli “agenti stranieri” a inizio settembre, la testata aveva visto la medesima classificazione applicata nel 2023 al suo co-fondatore Dmitry Muratov, costretto all’epoca a cedere la direzione responsabile a Serghei Sokolov. Lo stesso Sokolov, il 15 ottobre scorso, è stato trattenuto dalle forze dell’ordine per un lungo interrogatorio nell’ambito di un procedimento penale a carico dell’ex collaboratore Oleg Roldugin, accusato di presunte violazioni nella raccolta di dati personali di politici e notabili russi. 

L’ultimo affondo ha colpito direttamente la sopravvivenza economica del giornale, lasciando i giornalisti “gettati in strada, senza mezzi di sostentamento, sotto la costante minaccia di repressioni”. La redazione ha denunciato un’operazione combinata volta a soffocare ogni risorsa finanziaria: “Contemporaneamente alla lettera di sfratto, hanno disattivato anche il sistema di donazioni che ci permetteva di ricevere contributi dai nostri lettori. In altre parole, ci hanno privato completamente dei fondi. Si tratta di un’azione coordinata. La scusa delle banche, secondo cui agiscono in base a regolamenti interni aziendali, non convincerà nessuno. Si tratta di regole esterne, stabilite dall’apparato repressivo statale, da ufficiali dell’FSB che si sono infiltrati in ogni organizzazione. Considerano il Paese di loro proprietà“.  

I redattori accusano apertamente il governo di aver ripristinato la censura, confiscato la tipografia e bloccato qualsiasi margine di pubblicazione, ricordando il tributo di sangue pagato negli anni con i colleghi assassinati “per motivi politici, per aver compiuto il proprio dovere professionale e civico” sotto l’attuale regime. Nel testo si rievoca inoltre l’aggressione subito dallo stesso Muratov, rimasto “quasi cieco” dopo un attacco chimico per il quale non sono mai state formulate accuse penali ufficiali nonostante gli autori fossero noti, prima che per i cronisti scattasse la sistematica bollatura come “agenti stranieri”. 

Nel salutare i propri lettori, la redazione ha tracciato un parallelismo tra la fine della testata e le sorti dell’intera società civile russa: “Questa non è soltanto la nostra storia personale. È la storia di un Paese e di una società che vengono annientati esattamente allo stesso modo”. L’Fsb, il ministero della Giustizia e la procura vengono accusati di aver “privatizzato lo Stato e usurpato il potere”, dando vita a una vera e propria “dittatura militare”. La nota conclude assicurando che “la Costituzione è stata violata, picchiata e imbavagliata. L’uccisione di Novaya Gazeta ne è un’ulteriore prova”. 

Intervistato dall’agenzia AFP, Dmitry Muratov ha collocato la fine del giornale nel quadro del conflitto in corso, definendo la chiusura come parte della “gigantesca campagna militare” russa in Ucraina. La testata è stata “uccisa” perché “siamo strenui oppositori della guerra in qualsiasi forma”, ha sottolineato il premio Nobel per la Pace, denunciando un ennesimo passo nello “smantellamento della Costituzione” e delle libertà fondamentali in Russia.