LOS ANGELES (Stati Uniti) - Ci sono attori che abitano i personaggi. E poi ci sono attori che, per qualche misteriosa alchimia, sembrano essere abitati dai personaggi stessi. Tim Curry apparteneva alla seconda specie. È difficile immaginarlo mentre se ne va in silenzio. Perché quasi tutto, nella sua carriera, sembrava suggerire il contrario: l’ingresso in scena come un’irruzione, la voce profonda che arrivava prima del corpo, quel sorriso insieme seducente e inquietante, gli occhi capaci di trasformare una smorfia in una minaccia o una minaccia in una risata. Eppure è così che è finita. Curry è morto nella sua casa di Los Angeles. Aveva ottant’anni. La causa della morte non è stata resa pubblica.

Forse è giusto ricordarlo non con il silenzio, ma con una luce che si accende su un palcoscenico. Perché Tim Curry, prima ancora di essere Frank-N-Furter, Pennywise, Wadsworth o il concierge di Home Alone 2, era un uomo di teatro. Era lì che aveva cominciato, nella Londra degli anni ‘60, passando anche dalla produzione originale di Hair. Poi, nel 1973, arrivò quella parte che avrebbe cambiato per sempre il suo destino: il dottor Frank-N-Furter di The Rocky Horror Show. Due anni dopo, il personaggio arrivò sul grande schermo con The Rocky Horror Picture Show.

Il resto è diventato leggenda. Frank-N-Furter non era semplicemente un personaggio scandaloso. Era una dichiarazione di libertà. Tacchi, corsetto, trucco, accento, desiderio, ironia: Curry entrava in scena come se il mondo non avesse alcun diritto di stabilire cosa fosse normale e cosa no. E forse fu proprio questo il suo dono più grande. Tim Curry non chiedeva allo spettatore di amare i suoi mostri. Gli chiedeva di guardarli. E qualche volta, inevitabilmente, di riconoscersi in loro. Per generazioni di spettatori, il suo Frank-N-Furter è rimasto qualcosa di irripetibile: sensuale e ridicolo, minaccioso e irresistibilmente comico. Un personaggio nato nel cuore di un'epoca molto più conservatrice della nostra e diventato, con il passare dei decenni, una delle icone più durature della cultura queer e della libertà individuale.

Ma sarebbe ingiusto lasciare Curry prigioniero di quel corsetto. Perché lui aveva molte altre vite. C’era il Tim Curry di Clue, con quella comicità nervosa e teatrale che sembrava appartenere a un altro secolo. C’era il Rooster di Annie, villain esagerato e quasi cartoonesco. C’era il concierge di Home Alone 2, capace di rubare la scena con un sopracciglio sollevato. C’era Long John Silver in Muppet Treasure Island. E c’era, soprattutto, quella voce. Una voce impossibile da confondere. Quella voce diventò uno strumento narrativo anche quando il suo volto non era sullo schermo. Curry lavorò intensamente come doppiatore, prestando la propria presenza a serie animate e film, fino a vincere un Daytime Emmy per il ruolo di Captain Hook in Peter Pan and the Pirates.

E poi arrivò Pennywise. Nel 1990, nella miniserie televisiva tratta da It di Stephen King, Curry indossò il volto del clown e trasformò un sorriso in una delle immagini più persistenti dell'orrore televisivo. Non servivano effetti spettacolari. Bastavano la voce, gli occhi, una pausa. Il male, nelle sue mani, aveva spesso qualcosa di teatrale. Ed era proprio questo a renderlo così inquietante. Curry conosceva il segreto dei grandi interpreti: non bisogna urlare per fare paura. A volte è molto più terribile sorridere. Poi, nel 2012, la vita gli impose una parte che nessun copione avrebbe potuto scrivere. Un grave ictus lo lasciò con importanti difficoltà motorie e costretto alla sedia a rotelle. La sua presenza pubblica divenne più rara, ma non scomparve. Tornò occasionalmente a lavorare, soprattutto con la voce, partecipò a eventi dedicati ai suoi personaggi e nel 2016 riprese persino Frank-N-Furter nel remake televisivo di Rocky Horror.

Era cambiato il corpo. Non era cambiata la presenza. Forse è questa la parte più commovente della sua storia: il fatto che, quando il corpo che aveva dato forma a tanti mostri e tanti eccentrici cominciò a tradirlo, rimase quella cosa invisibile che nessuna malattia avrebbe potuto sottrargli del tutto. La voce. L’ironia. L’immaginazione. La capacità di stare davanti a un pubblico e dire: guardate ancora. Nel 2025 aveva pubblicato Vagabond, il memoir nel quale ripercorreva una vita trascorsa tra palcoscenico, cinema, televisione e musica.

Ed è curioso pensare che la parola “vagabondo” possa adattarsi così bene alla sua carriera. Curry non è mai stato davvero un attore da una sola casa. Era troppo teatrale per Hollywood, troppo cinematografico per essere soltanto un uomo di palcoscenico, troppo inquietante per essere un semplice caratterista, troppo ironico per essere un villain puro. Passava da Mozart a un clown assassino, da un pirata a un maggiordomo, da un alieno sessualmente ambiguo a una voce nascosta dentro un cartone animato. Non cercava necessariamente la parte più importante. Cercava quella più interessante. E così, nel corso di quasi sessant’anni, ha costruito una delle più curiose gallerie di personaggi del cinema e del teatro contemporanei. Una galleria nella quale il confine tra il grottesco e il sublime sembrava non esistere.

Ora Tim Curry non c’è più. Ma forse gli attori come lui non se ne vanno davvero. Restano nelle notti in cui qualcuno rimette Rocky Horror e, prima ancora che cominci la musica, sa già che sta per succedere qualcosa. Restano nel brivido improvviso di una vecchia scena di It. Restano in una battuta di Clue, in una smorfia, in una voce riconosciuta dopo mezzo secondo. Restano soprattutto nel gesto, apparentemente piccolo, di chi per la prima volta scopre Frank-N-Furter e pensa: si può davvero essere così? La risposta di Tim Curry è stata, per tutta la vita, sì. Si può. Si può essere eccentrici, mostruosi, eleganti, ridicoli, sensuali, spaventosi. Si può stare fuori dalla norma e trasformare quel margine in un palcoscenico. Si può persino fare del proprio essere “troppo” una forma d’arte. E allora, mentre il sipario scende, forse non bisogna dire addio a Tim Curry. Bisogna semplicemente aspettare che si riaccenda una luce. Da qualche parte, in una sala buia, una voce profonda comincia ancora una volta a parlare. E il mostro sorride.